La ricerca della crescita perduta

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SAN PIETROBURGO. Il vertice del G20 di San Pietroburgo è stato oscurato dalla questione siriana e dallo scontro tra Russia e Stati Uniti. Ma in realtà l’emergenza guerra preoccupa anche per le sue implicazioni per l’economia mondiale che, nonostante le dichiarazioni di facciata, versa ancora in uno stato precario. Lo ha ammesso lo stesso Vladimir Putin, ricordando come ciò che avviene in Medio Oriente abbia sempre implicazioni per l’economia globale, dal momento che una gran fetta delle risorse petrolifere provengono da lì. Ad ogni intervento armato si alterano le dinamiche sul mercato globale del greggio e quindi il suo prezzo, a prescindere da quante risorse disponga il paese teatro di guerra.
Doveva essere il summit per la crescita e il lavoro ma il comunicato finale convince poco, viste le misure piuttosto vaghe e contraddittorie messe in campo.
Per i grandi la ripresa c’è negli Stati Uniti e in Nord Europa ma ora il problema si sposta nei paesi emergenti e in quelli in via di sviluppo, che rallentano e rischiano di vivere negativamente i prossimi cambiamenti nelle politiche monetarie delle economie avanzate. Infatti, dopo il bonus della creazione di moneta quasi illimitata della Fed negli Usa, la liquidità potrebbe essere ridotta e il costo del denaro potrebbe risalire. Diversa sembra la linea della Bce di Francoforte, dopo che giovedì scorso il governatore Mario Draghi ha chiarito che di mutare politiche non se ne parla proprio.
Più preoccupante sarebbe se la crescita tornerà, ma senza creare nuovi posti di lavoro, come ha ammesso il premier Enrico Letta in una tavola rotonda di ieri mattina con i leader dei sindacati internazionali e delle omologhe associazioni industriali e bancarie. In questa sorta di «concertazione globale» finalmente si parla meno di austerità, ma il nuovo mantra sembra essere quello delle «riforme strutturali». E così, nonostante si voglia più lavoro e di qualità, la risposta del G20 sembra essere che è meglio prima introdurre più flessibilità – e più precariato.
La stessa ambivalenza la si vive nel finanziamento della crescita, anche con nuovi interventi statali. Da un lato si intende promuovere nuove infrastrutture e grandi opere come la panacea di tutti i mali, ma poi ci si ricorda che ci sono i vincoli di bilancio da rispettare e che vengono confermati ad oltranza. Allora non si può che rivolgersi ai mercati finanziari e discutere solamente regole di liberalizzazione a vantaggio degli investitori internazionali per mobilitare «nuove partnership pubblico-private».
È un G20 che non riesce proprio a far quadrare il cerchio, stretto tra il suo retaggio liberista tardo a morire – e purtroppo seguito anche dai paesi emergenti – e la necessità di coordinarsi su nuove politiche di stimolo all’economia per risollevare la situazione mondiale. Per questo a San Pietroburgo ci si affida alla solita retorica: bisogna far ripartire i negoziati dentro l’Organizzazione mondiale del commercio e combattere il rischio di protezionismo commerciale. La regolamentazione della finanza internazionale rimarrà la priorità anche nel 2014 con una nuova lista di scadenze negoziali, sebbene quanto raggiunto in cinque anni di G20 sia davvero insufficiente, soprattutto sul fronte dei prodotti derivati e delle banche. Paradossalmente, l’accordo di Basilea 3 per ridurre i rischi delle banche ha ridotto l’accesso al credito e oggi si discute di come allentare i vincoli. Il Consiglio per la stabilità finanziaria, che coordina i negoziati sulle regole per la finanza, sarà poi trasformato in un’istituzione internazionale a tutti gli effetti. Difficile però che si mettano seri vincoli alla finanza speculativa quando i vertici di questa istituzione sono sempre espressi da ex funzionari di Goldman Sachs.
Sonoro è il fallimento del G20 sul tema centrale sin dalla sua nascita, cioè la riforma della governance del Fondo monetario internazionale, da sempre controllato da Usa e paesi europei. La prima fase di ridefinizione del consiglio direttivo del Fondo si era conclusa e la proposta doveva essere approvata dai singoli paesi azionisti. Obama, che due anni fa aveva aperto alle sacrosante richieste dei paesi emergenti, ha però tardato a sottoporre la nuova proposta al Congresso che così, anche per motivi di politica interna, risulta ormai bloccata. Cosicché la definizione entro il 2014 di una nuova formula che assegni le percentuali di azioni a ogni paese di fatto salta, insieme all’opportunità quasi unica di riformare finalmente l’Fmi.
A salvare la faccia dei leader è stata almeno la lotta all’evasione fiscale. I risultati raggiunti al vertice di luglio dei ministri delle finanze sono stati confermati. Il G20 si impegna in due anni a rendere vincolante a livello internazionale lo scambio automatico di informazioni tra i paesi in materia fiscale. Resta da vedere come la norma sarà imposta ai paradisi off shore che obietteranno.
Sarà sufficiente per svelare le truffe che le multinazionali orchestrano spostando i loro profitti e riducendo così la base imponibile? Probabilmente no, fintantoché ogni paese non renderà pubblici i registri che evidenziano a chi appartengono imprese e trust e non imporrà alle aziende l’obbligo di pubblicare i propri bilanci ovunque, anche in paradiso. * Re:Common


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