La Siria e il conflitto in dieci domande

1 Cos’è la Siria?
La Siria è uno Stato del Medio Oriente che confina a nord con la Turchia, a est con l’Iraq, a sud con la Giordania, a ovest con Israele e Libano. Ha 21,5 milioni abitanti. La capitale è Damasco, la lingua ufficiale è l’arabo. Il Pil nel 2012 è stato di 76,67 miliardi di dollari. È una repubblica presidenziale che garantisce la libertà dei culti religiosi ma la costituzione prevede che il presidente debba essere di religione islamica. Il 74% della popolazione è di fede sunnita, i restanti sono drusi e alauiti, una corrente degli sciiti. Il presidente e i gradi più alti delle forze armate appartengono alla minoranza alauita.
2Chi comanda in Siria?
La Siria è uno Stato indipendente dal 1946. Nel 1963 il partito panarabo Baath prende il potere. Nel 1967 in seguito alla sconfitta della Guerra dei sei giorni contro Israele (che determina la perdita delle Alture del Golan) un colpo di Stato porta alla guida del Paese Hafez al-Assad a cui succede il 17 luglio del 2000 il figlio Bashar al-Assad, medico oculista senza esperienza politica.
3Come mai l’oculista riformatore Bashar al-Assad è diventato un dittatore sanguinario?
Inizialmente Assad promette riforme e la liberalizzazione dell’economia, eliminando i cartelli voluti dal padre in funzione di strutture più competitive. Ma il veto sulle riforme posto dall’ala più reazionaria della famiglia e dell’esercito porta a una virata neoliberista che va a beneficio di una piccola minoranza siriana. Il mancato sviluppo economico unito all’assenza di riforme politiche fanno esplodere la dissidenza all’interno del Paese che viene sedata con la repressione.
4Quando cominciano i disordini?
Le manifestazioni contro il regime cominciano nei primi mesi del 2011 nel Sud del Paese, stimolate anche dall’effetto domino della cosiddetta «primavera araba». Le forze dell’ordine sparano sulla folla causando più di 1.000 morti. Due risoluzioni di condanna del Consiglio di sicurezza dell’Onu vengono bloccate dal veto di Cina e Russia.
5Quali sono i fronti della guerra civile?
Con il passare dei mesi gli scontri assumono sempre di più i contorni di una guerra civile che vede contrapposti da un lato il regime siriano e dall’altro i ribelli riuniti principalmente in tre gruppi: il Fronte islamico siriano, alleanza radicale salafita; l’esercito siriano libero, laico e nazionalista; e il Fronte islamico di liberazione, che vuole un’islamizzazione della società siriana. I ribelli controllano i territori di Aleppo, Idlib, Deiz Ezzor e parte di Damasco e Homs. In due anni di scontri sono morte almeno 100 mila persone.
6Chi sostiene chi?
Il regime di Assad è sostenuto apertamente dal vicino Iran e dal partito libanese sciita Hezbollah, nemici dei sunniti, e in maniera velata da Russia e Cina in funzione anti-occidentale. I ribelli hanno all’interno della regione l’appoggio di Arabia Saudita, Qatar e Turchia (contro l’Iran) e, almeno i più moderati tra loro, il supporto delle democrazie occidentali.
7Come si sta muovendo la diplomazia internazionale?
Nella primavera del 2012 Kofi Annan propone un piano per la pace che si rivela presto fallimentare: il cessate il fuoco viene violato un mese dopo la sua entrata in vigore. Il 27 maggio a Hula vengono sterminate 108 persone di cui 49 bambini. Responsabili del massacro gli «shabiha» (fantasmi in arabo), paramilitari al servizio del regime. Attualmente sarebbe in corso, sostenuto dalle Nazioni Unite, il piano Ginevra 2, che prevede il cessate il fuoco a tempo indeterminato e la creazione a Damasco di un governo di transizione. Ma gli Stati Uniti hanno rinviato l’incontro con la Russia che doveva tenersi il 27 agosto.
8In cosa consiste la missione dell’Onu?
Gli ispettori delle Nazioni Unite stanno accertando l’utilizzo di armi chimiche durante l’attacco del 21 agosto 2013 nei sobborghi a est di Damasco che ha provocato almeno 100 morti. I funzionari hanno lasciato il Paese e stanno analizzando i campioni prelevati nei laboratori europei. Alla fine delle indagini consegneranno un rapporto al Segretario Generale Ban Ki-moon. L’Onu — che spinge per una soluzione politica e partecipata del conflitto — non si esprime sulle responsabilità dell’attacco ma solo sull’utilizzo effettivo di armi chimiche.
9Perché il nodo della vicenda è l’utilizzo delle armi chimiche?
L’uso di armi chimiche è stato bandito dalla Convenzione di Parigi del 1993, entrata in vigore nel 1997. La Siria, che non ha aderito alla Convenzione, è sospettata di avere grandi quantità di gas tossici, in particolare di gas sarin, che conducono alla morte per soffocamento dopo pochi minuti. Quello del 21 agosto, se confermato, sarebbe il primo attacco con armi chimiche su vasta scala dal 1988, anno in cui Saddam Hussein usò il gas nervino contro i curdi iracheni.
10Qual è la posizione degli Stati Uniti? Perché Obama è in difficoltà?
Per Obama l’utilizzo di armi chimiche rappresenta «la linea rossa» dell’intervento in Siria. Così, il 22 agosto, la politica dell’amministrazione diventa interventista e un attacco «limitato» — senza l’avallo delle Nazioni Unite — sembra immediato. Ma il 31 agosto Obama fa marcia indietro, affermando che chiederà l’autorizzazione del Congresso. Fautore di una politica di discontinuità rispetto all’era Bush, il presidente non vorrebbe portare gli Stati Uniti in un’altra guerra. L’amministrazione è spaccata in due e i repubblicani sono in maggioranza contrari all’intervento. Pesa l’eredità pesante dei conflitti in Iraq e Afghanistan. Sul dietro front ha influito anche Il «no» del Parlamento inglese all’intervento.


Related Articles

L’Isis rivendica l’ordigno di Kirkuk. E fa strage in Siria

Medio Oriente. Daesh c’è ancora: feriti cinque soldati italiani, uccisi sette civili e un prete a Qamishlo. Il contingente italiano conta in Iraq un massimo di 1.100 unità, dubbi sul ruolo dei reparti speciali

Parigi: “Libia, soluzione politica più vicina”

Ma l’Assemblea approva il rifinanziamento della missione. Fillon: “Gheddafi deve lasciare il potere”. La Nato: stop ai raid nel Ramadan se il raìs ferma le armi.    Il primo ministro del Colonnello: “Siamo pronti a discutere ma non sotto le bombe” 

Ministro degli esteri iracheno: «Avevamo avvisato Parigi»

Una strage continua: secondo le Nazioni Unite solo ad ottobre in Iraq sono state uccise in atti di terrorismo 714 persone (di cui 559 civili), altre 1.269 sono rimaste ferite

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment