Napolitano, irritazione e paletti: verificheremo le decisioni finali

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ROMA — Una mossa improvvisa, che sconfessa platealmente il premier proprio mentre a Wall Street descrive il nostro Paese come «virtuoso, giovane e credibile». E che spiazza e sconcerta — ma soprattutto allarma — il suo Lord Protettore, Giorgio Napolitano. Martedì aveva incalzato i partner delle larghe intese affinché s’impegnino in un nuovo patto (almeno di mezza legislatura) di coalizione e garantiscano subito un’intesa sull’agenda economica, e aveva giudicato «abbastanza incoraggianti» le loro risposte. Ma l’Aventino rilanciato ieri dal Pdl rimette in fortissima fibrillazione il quadro politico e stavolta sembra qualcosa di molto più concreto, e ben più minaccioso sul futuro del governo, di certi scatti emotivi registrati in agosto.
Certo, le dimissioni di massa di deputati e senatori, membri dell’esecutivo compresi, restano per il momento virtuali: congelate fino al 4 ottobre nella mani dei capigruppo. Tuttavia quello che è emerso dai tre vertici di partito succedutisi in 24 ore, e in particolare dalla riunione guidata da Berlusconi a tarda sera e conclusa con la svolta decisa per acclamazione e all’unanimità, potrebbe materializzare un incubo anche per il capo dello Stato. Il rischio cioè che la decadenza da senatore del leader del centrodestra (comunque inevitabile dopo la condanna della Cassazione) si tramuti nella decadenza del governo, del Parlamento, dell’Italia. Insomma, per come si sono messe le cose, per la stessa concitata sequenza dei fatti, è chiaro che al Quirinale non possono limitarsi a minimizzare quest’ultimo scossone alla stregua di un bluff di chi fa «la faccia feroce» per ottenere un qualche affidamento (ma chi, poi, potrebbe offrirglielo?) in grado di neutralizzare eventuali diverse iniziative giudiziarie contro di lui. Né tantomeno lassù possono rassegnarsi a cuor leggero a un’inevitabile drammatizzazione di roboante impatto mediatico per rinserrare intorno al fondatore le file di colonnelli, amazzoni ed elettori pidiellini in vista di una prossima, e ormai fatale, crisi, con relativo appuntamento alle urne.
Sul Colle, dunque, c’è massima attenzione a qualsiasi voce e dettaglio che filtri dalle barricate del Pdl. E ovviamente massima cautela, aspettando di verificare le reali conseguenze di quest’ultimo passaggio. Una prudenza per la quale, ormai quasi a notte fonda, fonti del palazzo fanno sapere laconicamente che «il presidente si riserva di verificare con maggiore esattezza quali siano state le conclusioni dell’assemblea dei parlamentari del Pdl». Traducendo: per il momento Giorgio Napolitano evita di lasciarsi incalzare dall’attualità e vuole tenersi fermo alle garanzie sull’attività di governo ricevute dal segretario Angelino Alfano appena ventiquattr’ore fa. Per lui fanno fede quelle parole.
Tutto ciò, in attesa del ritorno di Enrico Letta dal tour negli Stati Uniti. Infatti, spetta al presidente del Consiglio trarre le conseguenze e le valutazioni di questo ulteriore e traumatico sviluppo politico, chiedere conto della contraddittorietà delle dimissioni ventilate ieri con gli impegni presi con Palazzo Chigi fino al giorno prima (e, vale la pena di ricordarlo, il premier ha sempre detto che non intende «governare a ogni costo»).
Impegni, tra l’altro, che erano stati solennizzati pure davanti alle telecamere e davanti al capo dello Stato, dopo i suoi ripetuti richiami alla responsabilità. Il primo è del 18 luglio, quando ammonì tutti i protagonisti della partita a «non avventurarsi a creare vuoti, a staccare spine, per il rifiuto di prendere atto di ciò che la realtà politica post-elettorale ha reso obbligato e per un’ingiustificabile sottovalutazione delle conseguenze cui si esporrebbe il Paese». Nel secondo avvertimento, di qualche giorno più tardi, spiegò che, sì, «il Parlamento è libero, in ogni momento, di votare la sfiducia al governo Letta». Ma, aggiunse, io ho «il do vere di mettere in guardia il Paese e le forze politiche rispetto ai rischi e contraccolpi assai gravi che un’ulteriore destabilizzazione e incertezza del quadro politico-istituzionale comporterebbe per l’Italia».
Marzio Breda


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