Obama, il pacifista alla guerra sulla Casa Bianca incombe il fantasma di Jimmy Carter

WASHINGTON. È IL passato, non il futuro, ciò che sta avviluppando Barack Obama nella ragnatela della indecisione.
UN DUBBIO nascosto dietro la richiesta dell’ok parlamentare all’attacco in Siria e che lo sta esponendo al dileggio internazionale.
Sono le parole pronunciate dallo stesso Obama in passato che tornano a vendicarsi di un altro leader politico che scopre la semplice verità enunciata da John F. Kennedy quando disse che il mondo appare molto diverso quando è visto da fuori e quando è visto dall’interno dello Studio Ovale. La guerra, aveva detto Barack da giovane senatore nel 2002 criticando la insensatezza logica delle «guerre preventive» bushiste, «può essere concepibile soltanto in caso di imminente e diretta minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti» e lo aveva ripetuto da candidato alla Casa Bianca nel 2007. Ma quale minaccia diretta e imminente pone Bashar al Assad alla sicurezza degli Stati Uniti sterminando a zaffate di gas nervino i ribelli e i bambini?
L’annuncio, inaspettato e bizzarro, di una brusca frenata a un bombardamento che era stato dato per certo la scorsa settimana e che ora dovrà attendere «giorni, settimane, anche mesi» secondo le parole del Presidente, ha sempre più il sapore della mossa legale e disperata di un uomo che tradisce, dietro le parole bellicose e lo sfoggio di una leadership che sente sfuggirgli, un desiderio evidente di non dare quell’ordine di lancio che soltanto lui — e nessun altro — nella gerarchia del potere militare americano può dare. E infatti è stato proprio lui, dopo ore di discussione con i vertici del potere increduli e spiazzati, a scegliere la strada del dibattito e del voto — incertissimo — al Congresso. Obama sta gridando, per chi lo vuole ascoltare, di non essere affatto certo che una raffica di missili su alcuni obiettivi militari siriani — sperando che bersagli militari siano davvero e non accampamenti di nomadi o fabbriche di aspirine come accadde a Clinton in Sudan — sia la scelta giusta. Obbligata, forse, ma non necessariamente giusta.
Per trovare un filo logico nel comportamento del presidente Obama ci si deve avventurare ormai più nella personalità, nella psicologia dell’uomo, che nella dinamica degli intrighi internazionali e negli orrori del campo di sterminio siriano. Si deve tornare all’equivoco iniziale che ha insieme lanciato e perseguitato il percorso politico del primo presidente americano di sangue misto euroafricano. Obama è stato, e lo sarà per sempre nella storia degli Stati Uniti e quindi del mondo contemporaneo, una figura di rottura e di novità, qualcuno e qualcosa che appena una generazione fa sarebbe stato inimmaginabile. Ma l’enormità della “persona” ha caricato quella vittoria di attese sovrumane, ha impedito di vedere che l’avvocato e costituzionalista Barack Hussein Obama non era portatore di politiche e di programmi rivoluzionari quanto lo erano il suo aspetto e la sua storia.
Una sorta di razzismo alla rovescia, di attribuzioni di facoltà taumaturgiche al colore del pelle dopo secoli di disprezzo, ha prodotto quella bolla di attese che la realtà del governo di una nazione come gli Stati Uniti e del mondo nel quale tutti li guardano e tutti credono di poter far meglio di loro, ha punzecchiato giorno dopo giorno. Obama è un uomo politico e un leader perfettamente normale, tendente alla moderazione e al compromesso, molto poco affine a quella concezione della “presidenza imperiale” che ebbe, nel primo mandato di George W. Bush, la propria massima e più tragica espressione con guerre decise e lanciate soltanto in base a “dottrine” cucinate nei think tank di corte.
Se Obama avesse davvero voluto la Strafexpedition, come fu definita l’azione austroungarica contro gli italiani nel 1916, la spedizione punitiva, e avesse creduto fino in fondo nella sua giustezza, l’avrebbe già lanciata. I tecnicismi costituzionali e legali sul War Powers Act, che dovrebbero vincolare
le operazioni di guerra presidenziali al consenso del Parlamento, sono stati ignorati o aggirati con risibili risoluzioni di comodo (la famigerata Risoluzione del Tonkino per scatenare il Vietnam) da molti presidenti prima di lui, perfettamente convinti di avere il potere di far la guerra prima e di mettere l’America poi di fronte al fatto compiuto.
Ma Obama non è un guerriero riluttante o recalcitrante, come ancora lo si definisce per giustificarlo. Obama è qualcosa di molto più insidioso, per se stesso. È un guerriero scettico, ben conscio dei precedenti e della giurisprudenza, come ogni buon avvocato specialmente un costituzionalista deve essere, ansioso di coprirsi le spalle dalle future, terribili “querele” della storia che condannano a posteriori capi di Stato e di governo senza più possibilità di difesa. Per questo si comporta come uno studio legale che chiede “prove”, che pretende firme per accettazione sotto ogni contratto e pagine e pagine di precisazioni da esibire nel sicuro, inevitabile processo che gli sarà intentato sulle rovine e sui morti.
Il paradosso, lancinante, è che ora rischia di apparire come un avventurista, un guerrafondaio, un cowboy con la fondina gonfia di missili, mentre il mondo già lo attacca per operazioni che non ha ancora compiuto. Proprio lui che aveva predicato contro le guerre fatte «per scelta unilaterale», lui che aveva detto di Saddam Hussein nel 2002 esattamente quello che si può dire di Bashar al Assad «un macellaio che massacra la propria gente per restare al potere e del quale il mondo farebbe volentieri a meno (….) ma che può essere contenuto dalla comunità internazionale senza ricorrere alla guerra», dovrebbe essere colui che rinnega il proprio passato.
Era stato evidente fino dai primi giorni dell’esplosione delle immagini dalla Siria nel calderone ribollente e oscuro della Rete che Obama si sentiva moralmente obbligato a fare qualcosa (la consueta maledizione dell’America, il do something, il fate qualcosa di una cultura sempre votata all’azione) ma che non avrebbe voluto agire da solo. La comunità internazionale lo ha scaricato, a cominciare dal Parlamento britannico. Gli alleati che erano stati stoltamente pronti ad accorrere in Iraq al richiamo delle trombette di guerra suonate da Bush e dalla sua cricca, come la Spagna e l’Italia, non ci stanno più alle coalizioni fittizie. Gli arabi, e i Sauditi in prima fila, temono che i missili americani scatenino l’anarchia di un inferno politico in Siria e poi, a cascata, in Libano, scuotendo anche l’Iran. Putin minaccia da lontano. Anche gli Israeliani, sempre inclini a colpire prima e spiegare poi nel segno della propria sopravvivenza, sono silenziosi, pur essendo loro, non l’America o la Gran Bretagna, a diretto contatto con la Siria. Rimane, non si sa fino a quando vista l’opposizione del Parlamento dell’opinione pubblica, la Francia di Hollande.
Nel labirinto dello scetticismo e delle contraddizioni nel quale è imprigionato, a Obama non restava che la mossa di coinvolgere il Congresso Usa che accelererà i tempi della discussione, già domani, 3 settembre, per un dibattito in commissione o poi «non oltre il 9 settembre» per il voto plenario, ha detto il leader della maggioranza democratica — lo stesso partito del Presidente — in Senato, Reid. Dunque il Presidente è ostaggio del proprio piano per uscire dalla solitudine di una decisione che non vuole prendere, nonostante la sonante retorica dei soliti, bellissimi discorsi, mentre il regime siriano sghignazza e lo dileggia, senza capire che proprio questa sua stolta tracotanza potrebbe essere l’elemento che spingerà Obama ad agire. Il fantasma di Jimmy Carter, il pacifista che dovette subire umiliazioni e derisioni, torna ad agitarsi nelle notti siriane della Casa Bianca. E alla fine, esattamente come fu per Saddam Hussein, potrebbe essere proprio Assad il peggiore nemico di se stesso e il solo, vero alleato involontario di Barack Obama, capace di portarlo fuori dal labirinto siriano.


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