Prostitute o “prostituite”: le schiave del sesso in Europa

La storia di I., insieme a quella di tante altre ragazze che hanno subito lo stesso cupo destino, è raccontata nel recente report di Save the Children intitolato “I piccoli schiavi invisibili”. Incentrato principalmente sui minori, ci informa tra l’altro di un triste primato tutto italiano: quello per il maggior numero, in Europa, di vittime della tratta e sfruttamento. “Quasi 2.400 nel 2010 – si legge – con un calo rispetto alle 2.421 del 2009 ma un notevole aumento sulle 1.624 del 2008”.

Tra i minori, le vittime sono per lo più ragazze sfruttate nella prostituzione che arrivano dall’Europa dell’Est e dalla Nigeria, con metodi e modalità differenti. Le nigeriane come I., ad esempio, soprattutto le più giovani e provenienti per lo più da famiglie poverissime, prima di mettersi in viaggio devono in genere firmare un contratto che si trasformerà per loro in una trappola con poche o nessuna via d’uscita: le ragazze dovranno infatti accettare qualsiasi lavoro venga loro proposto e impegnarsi a ripagare il debito per il viaggio che, come abbiamo visto, può raggiungere cifre esorbitanti. In caso di inadempienza, i creditori potranno rivalersi sulla famiglia nel paese d’origine, anche con la violenza. Ma questo non basta: a volte le ragazze nigeriane vengono sottoposte a una sorta di rito voodoo, che si serve di parti del corpo della vittima (peli, unghie, capelli), mischiate in un sacchetto pieno di polveri particolari che poi vengono affidate alla “maman”, la donna che si occupa di loro e si assicura che “lavorino” per bene, instillando così nelle più vulnerabili il terrore di maledizioni nel caso si rifiutassero di adempiere al contratto.

Numeri allarmanti. A prescindere da questi sistemi, per tutte le vittime della tratta, nigeriane e non, la condizione una volta lasciato il proprio paese non ha nulla di diverso dalla schiavitù, e il fatto che molte di loro inizino a prostituirsi di propria volontà non cambia le cose. Secondo l’organizzazione European Women’s Lobby (EWL), infatti, la prostituzione è sempre una forma di violenza contro la donna, la quale spesso ne porta per sempre i segni: ad esempio, tra l’80 e il 95% delle persone che si sono prostituite – si legge nelle loro statistiche – hanno sofferto qualche forma di violenza prima di entrare nel sistema (stupro, incesto, pedofilia); il 62% sono state violentate; 9 donne su 10 vorrebbero uscire dal giro ma non sanno come fare; il 68% delle prostitute presenta una qualche forma di PSTD (disturbo da stress post-traumatico) proprio come le vittime di tortura prolungata. Ecco perchè, anche per ELW, più che di prostitute si dovrebbe parlare di “prostituite”.

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (IOM) nel mondo le vittime della tratta vanno dai 2 ai 4 milioni. Di queste, l’80% sono donne, di cui il 70% destinato allo sfruttamento sessuale. I dati ufficiali, però, descriverebbero solo la punta di un iceberg: “Molte delle minori vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale – si legge ancora nel dossier di Save The Children – restano ‘invisibili’ a causa della forte mobilità sul territorio, o perchè spostate nei circuiti indoor (appartamenti, locali notturni, centri massaggi) o ancora perchè dotate di documenti che ne attestano false generalità, (come ad esempio la maggiore età)”. A questo si aggiungono le ripetute minacce da parte dei protettori e la paura della deportazione che scoraggiano ancora di più qualunque tipo di denuncia e di richiesta d’aiuto.

Il “bordello d’Europa”. Eppure, le varie legislazioni e soluzioni adottati dagli stati europei per combattere la tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale non hanno dati finora grandi risultati. In Europa si passa dal proibizionismo al neo-abolizionismo fino al regolamentarismo. Nel primo caso, che vediamo all’opera in stati come Norvegia, Islanda e soprattutto Svezia, la prostituzione è vietata per legge e, oltre ai protettori e trafficanti, vengono perseguiti dalle autorità anche i clienti. Lo scopo di questo sistema è quello di soffocare la domanda di sesso a pagamento e fare in modo che il business non sia più redditizio. “Oggi in Svezia un ragazzino cresce in una realtà in cui l’acquisto di sesso è un crimine – affermano dalla EWL, favorevoli a questo approccio – Un ragazzino in Olanda cresce invece con la consapevolezza che le donne sono in vetrina e possono essere ordinate come merce prodotta in serie”. In Olanda, infatti, così come in Svizzera, Austria, ma anche Grecia, Regno Unito, Ungheria, Lettonia e Germania, vige il sistema opposto, ovvero la regolamentazione della professione. Ma se nelle intenzioni dei governi ci voleva essere il nobile intento di difendere le prostitute dallo sfruttamento, di dare loro tutela legale e “metterle in regola” anche fiscalmente, questo approccio pare non stia dando i frutti sperati.

In Germania, ad esempio, dove la prostituzione è stata legalizzata nel 2001 con un’apposita legge, la situazione sarebbe sfuggita di mano, facendo del paese traino dell’Ue “il più grande bordello d’Europa”. Ad affermarlo, una grossa inchiesta pubblicata dal quotidiano tedesco Der Spiegel, in cui si legge del dilagare di bordelli legali, con tariffe forfettarie o “tutto compreso”, viaggi organizzati del sesso con tanto di bus turistici, donne che lavorano in condizioni economiche sempre più svantaggiate, impiegate a ritmi estenuanti e costrette a ogni tipo di prestazione sessuale. Soprattutto, si legge di un traffico di esseri umani in continuo aumento, con una grande affluenza di donne dall’estero, soprattutto dall’Est europeo. Questo “mentre, nonostante tutto, la prostituzione di strada è sempre presente”. In Germania le donne straniere spesso sanno già cosa andranno a fare, ignorando però che la maggior parte di loro, nonostante la professione “legalizzata”, si troverà a vivere sotto chiave, senza poter girare liberamente e dovendo dare gran parte dei guadagni ai protettori. Morale della favola, la loro condizione è semmai peggiorata, tanto che ad apprezzare la legalizzazione della prostituzione pare siano stati soprattutto i gestori dei bordelli, “perché – dicono – ha ridotto il rischio di retate”. Nonostante questi problemi, però, sono ancora molti i difensori della legge, i quali sostengono che il proibizionismo non farebbe che isolare ulteriormente le ragazze, costringendole a vivere nell’oscurità e ancora più inaccessibili agli operatori sociali.

E l’Italia? In tutto questo, il nostro paese è a metà strada tra la soluzione svedese e quella tedesca: nel 1958 la legge Merlin ha decretato la fine delle cosiddette “case chiuse”, ma la prostituzione continua a essere praticata liberamente sia per strada sia al chiuso, in quanto vengono puniti solo alcuni comportamenti come il reato di sfruttamento, di favoreggiamento o di induzione. Da segnalare l’atteggiamento punitivo verso le stesse prostitute che, in genere straniere sprovviste di documenti, vengono arrestate, rinchiuse nei Cie e rimpatriate. Secondo il Gruppo Abele, il numero delle donne che si prostituisce nel nostro paese oscillerebbe tra le 50 e le 70mila, per 9 milioni di clienti, con un giro di affari di milioni e milioni di euro. Si tratta, anche in questo caso, di cifre approssimate per difetto. Circa l’80% sono straniere, buona parte arriva dai Paesi dell’est (in particolare Albania, Romania e Moldavia), una grossa percentuale dalla Nigeria e ultimamente anche dalla Cina. “Per tutelare le vittime è necessario lavorare almeno su tre ambiti: emersione del fenomeno, immediata presa in carico e assistenza – afferma Raffaela Milano, direttore dei Programmi Italia-Europa di Save the Children – Ma per questo è indispensabile un forte coordinamento tra forze dell’ordine, servizi sociali e reti delle organizzazioni non profit”.

Anna Toro


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