Strage sul sagrato della chiesa Almeno 78 morti in Pakistan

È il più grave attacco alla comunità cristiana nella storia recente del Pakistan: 78 morti, tra cui 34 donne e sette bambini secondo il bilancio ufficiale del governo di Islamabad, annunciato ieri notte. I feriti sono più di cento, molti sono gravi e la lista delle vittime potrebbe allungarsi. La città pashtun di Peshawar è drammaticamente abituata alle violenze, molti profughi afghani hanno ripassato il vicino confine perché il Pakistan ormai non è più sicuro dell’ex regno del Mullah Omar. Ma il doppio attentato suicida ieri alla chiesa di Tutti i Santi segna una nuova tappa nell’escalation di morte e violenze, indica che proprio mentre il governo sta trattando la «pace» con i talebani il Paese è sempre più ingovernabile. E che sono i più deboli, come la minoranza cristiana che non arriva al 2% della popolazione, a pagare il prezzo più alto.
L’attentato è avvenuto in tarda mattinata, dopo la funzione della domenica, quando i fedeli lasciavano la chiesa protestante costruita a fine ‘800 dagli inglesi. Erano almeno 600 e si stavano dirigendo verso il prato dove venivano offerti dei piatti di riso quando è avvenuta la prima esplosione. Dopo 30 secondi un altro scoppio. Due kamikaze, che secondo le autorità indossavano almeno sei chili di esplosivo, e che più tardi, grazie a una rivendicazione, sono stati identificati come appartenenti a Jundallah, i «soldati di Allah» che costituiscono un’ala dei talebani pachistani. Il motivo del massacro: una ritorsione contro l’ultimo attacco di droni americani nel vicino Waziristan del Nord, che ieri mattina aveva appena ucciso sei militanti integralisti. La minaccia dei terroristi: gli attacchi contro obiettivi non musulmani continueranno finché Washington non interromperà la campagna di bombardamenti da parte dei suoi aerei senza pilota nelle regioni tribali del Pakistan, iniziata nel 2004.
«Ho sentito quelle due esplosioni e poi è stato l’inferno per tutti noi», ha detto ai media locali un testimone, Nazir John, che come gli altri aveva partecipato alla messa. «Sono svenuto e quando mi sono ripreso non c’era altro che fumo, e polvere, sangue, urla disperate. Tutto intorno a me c’erano solo pezzi di corpi, e piatti di riso rovesciati tra il sangue». I sopravvissuti, accanto alla chiesa bianca tappezzata dai buchi lasciati dai cuscinetti a sfera contenuti nelle bombe, si abbracciavano, pregavano, gridavano. Piangevano mentre arrivano i soccorsi e le forze dell’ordine. Gli ospedali di Peshawar non riuscivano a trovare letti per tutti i feriti, né bare per tutti i morti. La città intanto dichiarava tre giorni di lutto.
«Le autorità non hanno fornito la sicurezza adeguata, hanno una parte di responsabilità — ha detto Paul Bhatti, presidente dell’All Pakistan Minorities Alliance, il movimento fondato dal fratello Shahbaz, assassinato dai Talebani nel 2011 —. Gli integralisti fomentano l’odio religioso per creare caos nel Paese, non vogliono colpire solo i cristiani ma l’intero Pakistan, è l’aspetto politico quello preponderante. Ma noi minoranze siamo tenute ai margini della società, questo è evidente». E mentre condanne alla strage arrivano dalle autorità del mondo, a partire da papa Francesco che ha definito l’attacco «una scelta sbagliata di odio e di guerra», in Pakistan molte voci si sono levate sdegnate accanto a quella del premier Nawaz Sharif, nominato lo scorso giugno, sui social network molti imam e guide spirituali islamiche si univano al cordoglio per l’attacco «mirato e codardo». Condoglianze e rabbia a cui si sono affiancate nuove critiche al piano di Sharif per un dialogo di pace con i Talebani, ritenuto impraticabile anche da gran parte della diplomazia internazionale finché le milizie islamiche continueranno a rispondere con bombe e morti, già oltre 6 mila dal 2007.


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