Usa-Iran, due nemici intorno al tavolo prove di dialogo in scena all’Onu

NEW YORK — Sarà l’anno del disgelo Usa-Iran? Barack Obama e Hassan Rohani si daranno la mano? L’assemblea generale dell’Onu, il sommo appuntamento della diplomazia mondiale che ogni anno a quest’epoca paralizza New York (200 capi di Stato e di governo, gli staff, le scorte…), oggi ha come protagonista indiscusso il nuovo presidente iraniano. La Casa Bianca «non ha escluso» che ai margini dell’assemblea Obama possa incontrare a tu per tu il suo omologo iraniano. Sarebbe una svolta storica, la prima ripresa di un dialogo diretto tra i leader delle due nazioni dal lontano 1979 (l’anno della crisi degli ostaggi). E forse sarebbe anche un passaggio utile verso una soluzione diplomatica della tragedia siriana: con la Russia, è l’Iran il maggior protettore del regime di Assad. Obama e Rohani oggi comunque si incontreranno: entrambi sono invitati al pranzo offerto dal segretario generale Ban Ki Moon, ma l’attesa vera è per un possibile incontro bilaterale.
Rohani prima di imbarcarsi da Teheran per New York ha graziato 80 prigionieri, ennesima mossa nell’offensiva diplomatica iniziata nei giorni scorsi, e
preannunciato la sua linea al Palazzo di Vetro. Ha denunciato come “inaccettabili” le sanzioni votate dall’Onu contro il suo paese, ha auspicato un dialogo sui piani nucleari iraniani. Le sanzioni sono state adottate dopo che l’Iran per sei volte consecutive ha ignorato gli ultimatum che intimavano la sospensione dell’arricchimento di uranio. I più ottimisti arrivano a sperare che Rohani usi il podio delle Nazioni Unite per lanciare una proposta nuova sul dossier nucleare, per esempio aprendo gli impianti di Teheran a ispezioni internazionali, un gesto di distensione che potrebbe aprire la strada ai primi contatti bilaterali con gli Stati Uniti.
Il neo-presidente iraniano sembra deciso a correggere l’immagine che per anni venne proiettata nel mondo intero dal suo predecessore Mahmoud Ahmadinejad. Proprio al Palazzo di Vetro, Ahmadinejad pronunciò alcuni dei suoi discorsi più controversi, negando l’Olocausto e descrivendo l’11 settembre come un complotto anti- islamico. «Sfortunamente in anni recenti qualcuno ha presentato l’Iran sotto una luce diversa, mentre noi siamo una civiltà pacifica», ha detto Rohani riferendosi non troppo velatamente al suo predecessore. Per dare un’immagine nuova del suo paese, l’attuale leader ha incluso nella delegazione che lo accompagna all’Onu un deputato ebreo di Teheran, Moreh Sedq.
Per ora la Casa Bianca ha osservato con prudenza le “avances” di Rohani, sottolineando che più delle parole conteranno le azioni dell’Iran. In ogni caso quando oggi prenderà la parola Rohani, il suo sarà uno degli interventi più attesi. Difficilmente si ripeterà la scena che accompagnava i discorsi di Ahmadinejad quando molti diplomatici occidentali si alzavano e uscivano dalla sala per protesta.
La Siria sarà di nuovo un tema centrale in quest’assemblea, come peraltro da due anni: durante i quali l’Onu ha assistito impotente alla strage di 100.000 siriani. Da una parte Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna vogliono la partenza di Assad; dall’altra Russia e Cina hanno sempre bloccato in seno al Consiglio di sicurezza degli interventi contro il dittatore siriano. Nelle ultime settimane è sul tavolo “l’opzione diplomatica”, la proposta di Vladimir Putin per evitare la minaccia di un’azione militare Usa dopo la strage con armi chimiche. Ma dal G20 di San Pietroburgo, dove quella soluzione si affacciò nel colloquio Putin-Obama, il progresso è stato minimo, impercettibile. Per procedere con il sequestro e poi lo smantellamento degli arsenali chimici di Assad, occorre una risoluzione Onu. Sul testo di quella risoluzione non vi è accordo perché Russia e Cina rifiutano che contenga la minaccia di un intervento militare qualora Assad non mantenga la parola. Inoltre, come ha sottolineato al suo arrivo a New York il ministro degli Esteri italiano, Emma Bonino, «è irrealistico immaginare il sequestro delle armi chimiche senza un cessate-il-fuoco, gli ispettori non potrebbero fare il loro lavoro nel mezzo di una guerra civile, fra le bombe».
Tra gli altri temi in primo piano c’è la Palestina. L’anno scorso i palestinesi ottennero dall’assemblea generale la promozione a “Stato non membro”, uno status diplomatico che gli ha spalancato le porte a diversi organismi dell’Onu. Nell’agenda di quest’anno ci sono discussioni sulla «sovranità permanente del popolo palestinese nei territori occupati, inclusa la zona orientale di Gerusalemme».
Tra i possibili “incidenti”, non è escluso che qualche leader latino- americano usi Palazzo di Vetro come amplificatore delle proteste per lo spionaggio esercitato dagli Stati Uniti. Dopo le rivelazioni di Edward Snowden sulle attività della National Security Agency che includevano intercettazioni ai danni di Dilma Rousseff, la presidente del Brasile ha rinviato sine dia una visita di Stato a Washington.


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