I sub che ripescano i morti: «Quei corpi in piedi nel relitto»

LAMPEDUSA (Agrigento) — A cala croce fanno ancora il bagno. È la spiaggia più bella dell’isola, sormontata da uno splendido dammuso in pietra arenaria, tra locali e residence dove non sembra giunta la notizia che l’estate è finita.
Ieri pomeriggio ai bordi della strada panoramica si faticava a trovare spazio e pietà. «Voi di dove siete, signori? Io di Torino, dove gli albanesi si sono presi le zone più belle». «Noi di La Spezia, dove c’è una piazza solo di senegalesi». I turisti parlavano tenendo gli occhi puntati verso l’orizzonte. In tutta Lampedusa, quello era il miglior punto di osservazione delle operazioni di recupero dei corpi. Dritto davanti a loro, ben prima dell’orizzonte.
Come se ci fossero due isole. La prima, quella raccolta intorno al porto nuovo, quasi partecipa a questo mesto rito, cominciato ieri dopo un’interruzione di due giorni causa mare grosso. È obbligata a farlo, perché è impossibile ignorare la concitazione intorno al molo militare, dove attraccano le motovedette con i cadaveri recuperati dai sommozzatori. Una ogni tre ore. La nave della Guardia costiera era il punto d’appoggio dei sommozzatori di Finanza, Vigili del fuoco, Carabinieri e Capitaneria di porto che si alternavano nelle immersioni a 50 metri di profondità, ognuna doveva avere per protocollo una durata compresa tra i sette e gli undici minuti. È stata scelta come base comune per una ragione precisa. La sua poppa bassa e apribile, che consente di issare a bordo i corpi con maggiore facilità. C’è silenzio quando monsignor Konrad Krajewski, l’elemosiniere del Vaticano inviato da Papa Francesco, benedice le salme.
Ne hanno recuperati 83. La conta delle vittime si ferma a 194, ma solo per oggi. E ci vorranno ancora due giorni almeno per svuotare il carico di quella barcaccia di legno, che a vederla nei filmati, adagiata sul lato sinistro di un fondale bianchissimo, sembra impossibile che dentro quelle pareti lunghe appena quindici metri potesse starci così tanta gente. Adesso, guardando il relitto sommerso, davvero una carretta, si capiscono certe frasi dei superstiti, si capisce meglio l’orrore. Le cinghiate con le quali li costringevano a salire. La spoliazione di ogni oggetto che potesse creare ingombro, comprese le bottigliette d’acqua. «Nella stiva sono attaccati uno all’altro, al massimo ci sono trenta centimetri di spazio. Pile di uomini, donne e bambini. Molti sono morti in piedi, tenuti su dal corpo del compagno di viaggio che avevano vicino».
I sommozzatori come il maresciallo Antonio D’Amico erano i personaggi di giornata. Ma una volta tornati in superficie, non avevano gran voglia di parlare. «Una volta giù a trenta metri si intravedono i corpi che emergono da ogni apertura dell’imbarcazione. Una quantità di corpi esagerata. Dagli oblò li vediamo fluttuare nell’acqua. Abbiamo raccolto quelli adagiati sul fondo e quelli impigliati nei locali di coperta». Il suo collega Giuseppe Del Giudice parla di manichini, ma con quello sguardo, «occhi senza vita» che non ti togli più di dosso. «È una cosa che rimane» dice.
Ci sono immagini che nessuno vedrà mai. Per pudore, per rispetto di chi è morto in modo atroce cercando una vita migliore. Non sono quelle consegnate ai siti e ai telegiornali, con le immersioni, le funi, la barca nell’azzurro. Altre immagini. Quelle di corpi estratti uno ad uno, e deposti sul fondale davanti alla prua, in attesa di essere imbragati per la risalita in superficie. Diventa chiaro cosa intende il finanziere Del Giudice quando parla di manichini, di sguardi. Quelle decine di esseri umani, con le braccia e le gambe aperte, vestiti di magliette e pantaloncini, immobili. «Durante la fase dell’imbragatura» racconta D’Amico, «mi si è girato un ragazzo, me lo sono trovato davanti alla faccia». Non finisce la frase. È una cosa che rimane. Uno alla volta, fino a quando non sarà finita. Non possono fare altrimenti, non ci sono altre possibilità. Quel relitto di legno non reggerebbe alla risalita, si spezzerebbe. Oggi i sommozzatori entreranno nella stiva.
A riva, tra coloro che dal porto osservano l’andare e venire dei gommoni dei sub, le manovre di sbarco, c’è una atmosfera cupa che riflette quel che sta avvenendo in mezzo al mare, il recupero delle vittime della più grande tragedia dell’immigrazione dal dopoguerra a oggi. C’è silenzio quando monsignor Konrad Krajewski, l’elemosiniere del Vaticano inviato da Papa Francesco, benedice le salme. Sull’altra isola, quella di cala croce, nell’aria risuona invece il tormentone estivo dei Daft Punk ad allietare l’ora dell’aperitivo. I turisti sorseggiano e commentano, danno occhiate sempre più distratte all’orizzonte. Forse è giusto così, forse è solo un avamposto di quell’Italia che sta già cominciando a dimenticare.
Marco Imarisio


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