La svolta di Malta che rinuncia alle formalità e interviene

Formalmente, tutto a posto: quelle non sono acque territoriali maltesi — fecero sapere le fonti della Ue — anche se sono assegnate alla marina e all’aviazione dell’isola per quel che riguarda le operazioni di ricerca e soccorso; ma quando — aggiunse Bruxelles — il soccorso è indispensabile in tempi brevissimi, allora spetta al Paese più vicino intervenire. Traduzione: secondo la Ue, La Valletta non aveva l’obbligo dell’intervento diretto. Ma la forma, rispose Roma, in questi casi è sovrastata dalla sostanza, cioè dall’obbligo morale della solidarietà: non si lascia nessuno in mare, mai, tanto meno donne e bambini alla deriva su un relitto che sta per affondare; si salpa e si agisce, che lo prevedano o no i regolamenti. Quella volta nel 2011, tutto si ricompose secondo la tradizionale maestria diplomatica di Bruxelles: «La Commissione europea fa appello a tutti gli Stati membri perché assicurino il coordinamento delle operazioni di salvataggio, e incoraggia Italia e Malta a cooperare perché le vite umane siano salvate». Ma un’altra dichiarazione, dalla stessa fonte e nelle stesse ore, diceva altro: «Ci felicitiamo con l’Italia per il suo intervento, e le esprimiamo la nostra gratitudine per aver salvato le vite di più di 200 persone: è evidente che i marittimi e i piloti italiani rischiano la vita ogni giorno…». Su Malta, non una sillaba. È accaduto altre volte, la ferita non si è mai rimarginata. Malta è oggettivamente più lontana della Sicilia, rispetto alle rotte dei barconi-tomba. E sostiene, carte alla mano, di rispettare gli obblighi internazionali. Però i dubbi italiani restano. L’associazione di consumatori Codacons ha perfino presentato un esposto contro il governo maltese al Tribunale penale internazionale e alla Corte di giustizia dell’Aja. Ma forse, quel che è accaduto ieri rappresenta l’inizio di una svolta.
Luigi Offeddu


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