«Non ha mai mostrato compassione»

«Ho un bisnonno trucidato alle Fosse Ardeatine, Alberto Di Nepi. So come quella tragedia abbia influenzato diverse generazioni, come si sia insinuata nel carattere delle persone, nel loro modo di confrontarsi con la vita. Per me le Fosse Ardeatine rappresentano un fatto emotivo molto concreto».
Ora arriva la morte di Erich Priebke. Che effetto le fa?
«Penso alla coincidenza con il settantesimo anniversario del 16 ottobre 1943, il rastrellamento nazista nell’antico Ghetto. Per gli ebrei romani è una data-chiave. Io sono nato il 15 ottobre e mia madre mi ha sempre raccontato le sue preghiere perché io non nascessi proprio il 16. Priebke è morto mentre la nostra Comunità celebra questa immensa ferita. Veramente una tragica coincidenza».
Questura, Prefettura, il sindaco di Roma e il vicariato sono stati compatti: niente funerali pubblici .
«Questa compattezza è molto importante e significativa. La tradizione ebraica è contraria alla sacralizzazione dei morti. Mosé non vide la Terra Promessa proprio perché la sua tomba non diventasse un feticcio. Figuriamoci quanto sarebbe stato grave, ai nostri occhi, un funerale pubblico di Priebke».
Chi è oggi Priebke per lei?
«Priebke, ai miei occhi, ha perso qualsiasi interesse dopo la sua condanna all’ergastolo confermata dalla Cassazione, che venne dopo la prima prescrizione e una prima condanna scandalosamente mite. Dopo la fuga di Kappler sembrò quasi che l’eccidio delle Fosse Ardeatine fosse destinato ad essere dimenticato per una sorta di burocratizzazione della giustizia accompagnata da una certa quale omertà istituzionale. Grazie a chi allora si oppose, la sentenza c’è stata. Anche chi rifugge dall’odio, come me, non può non notare come quest’uomo non solo non si sia mai pentito ma nemmeno sia stato in grado di mostrare un minimo di umanità verso le atrocità di cui fu consapevole protagonista. Le sue risposte sono state glaciali. Eppure uccise materialmente due persone e organizzò l’esecuzione di 335 esseri umani inermi. Ma nel suo racconto non c’è stata mai nemmeno la minima traccia di compassione. Eppure, lo racconta lo storico Christopher Browning in “Uomini comuni”, altri nazisti ebbero normali manifestazioni di repulsione anche semplicemente fisica nei confronti delle efferatezze che stavano compiendo».
Il «testamento» di Priebke la preoccupa? Pensa cioè che potrebbe nutrire chi coltiva il negazionismo?
«Col negazionismo non si discute. Ho sempre rifiutato confronti di questo tipo perché si corre il rischio di invertire il meccanismo di responsabilità. Cioè di ritrovarsi, da vittime del massimo orrore dell’umanità, a imputati. Io sono un sostenitore del dialogo. Ma il confronto ha un limite oltre il quale non c’è più spazio per raffrontare le idee. Perché si è eliminato il fondamento sul quale si basa ogni discorso: semplicemente la logica. Meno che mai mi metterò a discutere ciò che Priebke ha lasciato scritto».


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