Decadenza, tempi più lunghi Il Senato rinvia la decisione

ROMA — Almeno per questa seconda metà di ottobre, al Senato non ci sarà il voto definitivo per la decadenza di Silvio Berlusconi (in forza della legge Severino) dopo la sua condanna a 4 anni per frode fiscale. A novembre, poi, è tutto da vedere se il calendario d’aula comprenderà lo scrutinio (segreto o palese che sia) più temuto dal governo delle larghe intese. L’obiettivo di chi vuole evitare scossoni ad alto rischio al governo Letta, infatti, è quello di tirarla per le lunghe fino a dicembre quando, presumibilmente, scatterà l’interdizione dai pubblici uffici del Cavaliere in seguito alla sentenza della corte d’Appello di Milano (19 ottobre) e al successivo passaggio in Cassazione.
Se così dovesse andare, Berlusconi risparmierebbe almeno tre anni di esclusione dalla politica (la «Severino» lo tiene fuori sei anni, l’interdizione al massimo tre) mentre la maggioranza delle «larghe intese» potrebbe soltanto prendere atto di una decisione della magistratura senza rischiare il crollo con un voto politico sulla decadenza.
Questo scenario, che non ha paternità ma molti simpatizzanti nella maggioranza, ieri ha avuto una discreta accelerazione. Per due motivi: la conferenza dei capigruppo, non essendo ancora pervenuta alla presidenza la relazione della giunta delle Elezioni sulla decadenza, si è aggiornata al 29 ottobre senza decidere alcuna calendarizzazione sul caso Berlusconi. Però quello stesso giorno, un martedì, si riunisce la giunta del Regolamento che ascolterà i due relatori (Anna Maria Bernini del Pdl e Francesco Russo del Pd) su una questione delicatissima: voto segreto o voto palese? Va da sé che, con la prospettiva di aggiornare la giunta al 3 e 4 novembre, il Pdl chiederà un approfondimento delle tesi che mirano a mantenere la prassi per lo scrutinio segreto sulla «verifica di poteri», sempre adottata al Senato e, quindi, applicabile anche alla proposta di decadenza di Berlusconi. Luigi Zanda, capogruppo del Pd, sostiene che «il voto palese garantisce in modo migliore la trasparenza delle decisioni e il Paese». Ma poi aggiunge: «Le opinioni contano poco. La decisione si prenderà sull’analisi del regolamento». Nel Pd Felice Casson, che per primo ha puntato sul voto palese, avrebbe comunque voluto evitare «le sabbie mobili» della giunta del Regolamento sulla quale, invece, hanno puntato le loro carte i grillini: «Pur senza cambiarlo — sostiene il M5S — serve un’interpretazione del regolamento da far entrare subito in vigore perché anche le verifiche dei poteri siano votate a scrutinio palese».
Ma l’effetto ottenuto dal M5S sembra di segno opposto. Il Pdl è sempre più aggressivo nella difesa del voto segreto su Berlusconi con Mariastella Gelmini che parla di «gesto abietto», Daniele Capezzone di «barbarie» e Sandro Bondi di «voto palese che mette a rischio il governo». E poi la maggioranza che si profila in giunta del Regolamento stavolta sarebbe favorevole ai fautori del voto segreto: 3 del Pdl, 1 di Sc, 1 di Gal e 1 delle Autonomie fanno 7 senatori. Che metterebbero in minoranza i 3 del M5S e i 3 del Pd. Se poi con il centrosinistra votasse anche il presidente Grasso c’è la possibilità del 7 a 7. Ma anche in caso di parità la proposta di nuova interpretazione del regolamento è da considerarsi bocciata. Poi la palla passerebbe allo stesso presidente Grasso, che a quel punto avrebbe finalmente tutti gli elementi per poter proporre la data per il voto finale sulla decadenza.
Dino Martirano


Related Articles

La paura delle urne

Ancora una volta si cerca di truccare le carte, per disorientare e ingannare i cittadini. Mentre Berlusconi dichiara inutile il referendum, impegnando il Pdl a lasciare comunque libertà  di giudizio ai suoi elettori, il governo presenta ricorso alla Consulta contro la decisione della Cassazione di ammettere il quesito sul nucleare – nell’estremo tentativo di far cadere il tema ritenuto più mobilitante, e dunque di far naufragare sul nascere la battaglia per il quorum

Interessi, il conflitto sparito

«Tu che con­ti­nui a dirmi che verrà domani
e non capi­sci che per me il domani è già passato».
Alda Merini, Non avessi spe­rato in te

L’amara invo­ca­zione di uno dei versi più belli di Alda Merini si potrebbe girare a Mat­teo Renzi ed Enrico Letta, che nelle rispet­tive agende hanno –almeno finora– rimosso il capi­tolo sto­ri­ca­mente dolo­roso del con­flitto di inte­ressi.

“Noi fatturiamo 40 milioni l’anno” Il clan si arricchiva su profughi e rom

Il business dell’accoglienza. “In sei mesi famo doppietta”, prometteva Carminati a imprenditori interessati a “fare affari” con l’immigrazione. Così, tra false fatturazioni, insediamenti abusivi e corruzione, guadagnavano “più che con la droga”

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment