Al via il processo tra la Chevron e l’Ecuador

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Allora operava la Texaco, acquistata da Chevron nel 2001. La multinazionale petrolifera ha negato ogni addebito, sostenendo che la Texaco aveva bonificato i terreni prima di andarsene. Nel 2011, il tribunale ecuadoriano di Sucumbios ha però chiesto un risarcimento di 18 miliardi di dollari per i danni provocati ai 30.000 abitanti del villaggio di Lago Agrio, cifra che è poi stata portata a 19 miliardi di dollari per la copertura delle spese. I legali della Chevron hanno opposto diversi ricorsi, uno dei quali respinto dalla Corte suprema degli Stati uniti. A settembre, un tribunale di arbitraggio della Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha però stabilito che il colosso petrolifero non è perseguibile in base agli accordi firmati nel ’95 tra il governo ecuadoriano e il gruppo Texaco, che s’impegnava a bonificare l’area contaminata. La compagnia petrolifera ha anche cercato di addossare le responsabilità dell’inquinamento all’impresa statale, quindi ha accusato gli abitanti e i loro difensori di aver corrotto la corte di Sucumbios per vincere il processo.
Il compito dell’avvocato americano Steven Donziger, che difende la causa ecuadoriana davanti alla corte federale Usa, non sarà facile. Il giudice Lewis Kaplan (lo stesso da cui è comparso il libico Abu Anas, rapito dagli Usa) è il medesimo che, nel 2011, ha bloccato l’esecuzione della multa a Chevron (che non opera più in Ecuador) ovunque al di fuori del paese andino. La sentenza è poi stata ribaltata in appello, ma Donziger ha sostenuto che, visti i precedenti, non ci sarà giudizio imparziale. Martedì, il Congresso ecuadoriano ha appoggiato la vertenza e rinnovato la campagna «le mani sporche di Chevron», lanciata dal presidente Rafael Correa. E ieri, diverse organizzazioni indigene hanno chiesto il sostegno internazionale anche per raccogliere fondi che consentano di far fronte alle spese processuali.


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