Carceri, Napolitano in campo Scontro duro con i grillini

ROMA — Il suo primo messaggio formale alle Camere, in quasi otto anni di permanenza al Quirinale, Giorgio Napolitano l’ha voluto dedicare alla questione carceraria: «Questione scottante, da affrontare in tempi stretti», la sua stringente premessa, per «modificare le condizioni di vita dei carcerati», visto «il malfunzionamento cronico» del nostro sistema e la sua «mortificante incapacità» di garantirne i diritti. «Il sovraffollamento incide sul reinserimento» stesso delle persone: ecco perché è sempre più necessario intervenire.
Ma come? Anche con l’amnistia e l’indulto, «rimedi straordinari», così li definisce il capo dello Stato nel suo messaggio: combinando i due provvedimenti si avrebbe «l’immediato effetto di ridurre considerevolmente la popolazione carceraria». Riguardo l’amnistia, avverte però il presidente, «la perimetrazione rientra nelle competenze esclusive del Parlamento». E comunque ne sarebbero esclusi i reati di particolare allarme sociale.
Un documento lungo dodici pagine, controfirmato dal premier Enrico Letta, che ieri pomeriggio i presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, hanno letto in simultanea a Montecitorio e a Palazzo Madama. Risolvere l’emergenza carceraria oggi è «un imperativo morale» e «le istituzioni e la nostra opinione pubblica non possono e non devono scivolare nell’indifferenza», il monito lanciato dal presidente della Repubblica. Napolitano nel suo messaggio indica in primis soluzioni alternative alla carcerazione, come la messa alla prova, i domiciliari, la riduzione dell’applicazione della custodia cautelare. Eppoi una decisa depenalizzazione. Per gli stranieri, inoltre, la possibilità di scontare la pena nei loro Paesi d’origine.
Ma è quel riferimento ad amnistia e indulto, visti come «rimedi straordinari», a scatenare quasi subito una polemica durissima con il Movimento. I 5 Stelle insorgono: sul profilo Twitter del gruppo alla Camera accusano il presidente della Repubblica di essere «il padrino di un salvacondotto per Berlusconi», parlano di «napolitanocrazia» e attaccano «l’amnistia di Napolitano per salvare il Caimano». La replica aspra del capo dello Stato, però, non si fa attendere. Napolitano da Cracovia li bacchetta con severità: «Hanno un pensiero fisso e se ne fregano degli altri problemi del Paese: quelli che fanno questo tipo di accostamento non sanno quale tragedia sia quella delle carceri. Non ho altro da aggiungere». Ma i Cinquestelle contrattaccano da Roma: «Indegno, si dimetta».
I dati forniti dal Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap) sono allarmanti: i detenuti in Italia (al 30 settembre 2013) sono 64.758 a fronte dei 47.615 posti regolamentari disponibili. Napolitano, perciò, non ha dubbi: «Sottopongo all’attenzione del Parlamento l’inderogabile necessità di porre fine senza indugio a questo stato di cose che ci rende tutti corresponsabili delle violazioni contestate all’Italia dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo». «L’intollerabile livello di congestione delle carceri dà all’Italia il primato di sovraffollamento tra gli Stati Ue con il 140,1 per cento, mentre la Grecia è al 136,5 per cento», rileva il capo dello Stato, che poi aggiunge:«Il governo e il Parlamento devono fare riforme strutturali» e questo si traduce «con il mettere mano a un’opera i cui tempi sono maturi, e cioè il rinnovamento dell’amministrazione della giustizia», considerata anche la «durata non ragionevole dei processi».
«Ampia condivisione» all’intervento di Napolitano esprime il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri. Critico, però, il segretario della Lega Nord, Roberto Maroni:«Il problema del sovraffollamento si risolve costruendo nuove carceri e non rimettendo in libertà decine di migliaia di delinquenti». Fanno scudo al capo dello Stato, invece, la senatrice del Pd Anna Finocchiaro («Chi strumentalizza Napolitano falsifica la realtà»), Mario Marazziti di Scelta civica («Presidente coraggioso, ora amnistia») e il vicepresidente del Consiglio e segretario del Pdl Angelino Alfano («Sì alla riforma della giustizia, siamo pronti a fare la nostra parte») .
Fabrizio Caccia


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