Carceri sovraffollate, malsane e violente l’inferno delle celle da tre metri a persona

Dietro le spesse mura delle carceri si combatte una guerra che sembra muta solo perché ci è lontana. Basta leggere che cosa è accaduto dal 1° luglio al 30 settembre. Si sono contate, oltre le sette proteste, ventinove aggressioni ad agenti, a volte con un graduato preso da solo e ferito gravemente, a volte con i detenuti che ne circondano un gruppo. Praticamente, un attacco ogni tre giorni, con quasi un centinaio di feriti e contusi. Cinque le risse scoppiate tra carcerati. Ogni giorno la cella può trasformarsi in abisso.
C’è un ultimo dato, riguarda le morti negli istituti di pena: dal 7 dicembre scorso dell’anno al 26 settembre se ne contano più di ottantina. Diciannove sono morti dietro le sbarre per malattia, altrettanti detenuti escono dal carcere con la poco rassicurante dizione «morte da accertare», tutti gli altri si sono tolti la vita. Negli ultimi tre mesi, sedici tra suicidi e tentativi: tra i morti, due ispettori, poco più che quarantenni.
VENT’ANNI PRIMA DELL’ALBA
«I problemi del carcere sono gli stessi da vent’anni», dicono tutti, ed è vero. È un lungo incubo senza sosta. Eppure, negli ultimi mesi sembra esserci una sorta di risveglio. Un primo indizio è a portata di clic, si trova su Internet. Ci sono i siti dei detenuti, a cominciare da www.ristretti.it, figlio del giornale
Ristretti orizzonti, tra i migliori d’Italia. Esiste però anche un sorprendente sito del sindacato Uil della polizia penitenziaria (www.polpenuil.it) dove – e mai era accaduto in passato sono gli agenti a fotografare la situazione delle carceri. Fotografare davvero.
Con carrellate di immagini, con una documentazione del tutto inedita.
Ecco diventare visibile a chiunque l’interno del pesante carcere di Monza, con una micidiale carrellata di secchi dell’acqua per raccogliere le perdite dal soffitto. O San Vittore, con la sua umidità ovunque. O il Buoncammino di Cagliari, e così via: «Per conoscere le mura dei misteri, bisogna abbattere i misteri di quelle mura» era lo slogan del segretario nazionale Eugenio Sarno, e lo era vent’anni fa. Solo in questi mesi, finalmente, grazie alle autorizzazioni del vicecapo del Dap, Luigi Pagano, storico direttore di San Vittore, uomo della “trasparenza”, i fotoreporter in divisa sono potuti passare all’azione. Ma che cosa sta accadendo, dunque?
SENTENZA TORREGGIANI
Nel mondo sovraffollato, malsano, nervoso delle carceri, c’è un argomento di cui tutti parlano. È la «sentenza Torreggiani», emessa l’8 gennaio 2013 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Alcuni detenuti italiani, tra i quali uno chiamato Mino Torreggiani, che soffriva nel difficile istituto di Busto Arsizio, avevano presentato un ricorso perché «ciascuno di loro occupava una cella di nove metri quadrati con altre due persone e disponeva quindi di uno spazio personale di 3 metri quadrati ». E avevano vinto. Ma che cosa significa questa vittoria, oltre a un risarcimento economico? Semplice. Quei concetti che il presidente Giorgio Napolitano, ancora ieri, rilanciava, sono quelli internazionali ai quali l’Italia,
stando in Europa, deve obbedire. Subito. È già in ritardo. Perché esiste, parola dei giudici, «un problema sistemico risultante da un malfunzionamento cronico proprio del sistema penitenziario italiano». Lo dimostrano «diverse centinaia di ricorsi (…) pendenti e in continuo aumento». In sintesi, chiede l’Europa all’Italia: vi siete dati un regolamento carcerario bello e funzionante, ma perché non lo applicate?
IL SOVRAFFOLLAMENTO
Nel 205 istituti italiani ci sono – dato aggiornato al 30 settembre scorso quasi 65 mila detenuti (2mila e 800 donne circa), quando i posti sono 47.615. Quasi ventimila in più. Di questi detenuti, 22mila e 770 sono stranieri. «E se gli italiani a volte riescono ad andare alla detenzione domiciliare, lo straniero, che spesso senza casa, resta dentro sino alla fine», spiegano gli avvocati penalisti. L’Italia ha il coefficiente di sovraffollamento più alto d’Europa: gli ultimi dati comparabili risalgono al 2011 e Italia è maglia nera con il 146,4 per cento, segue la Catalogna con il 126, la Romania, la Repubblica Ceca, la Francia (116,7 per cento).
Questi dati, di per sé catastrofici, peggiorano se si pensa che, sempre al 30 settembre, i detenuti in attesa del primo giudizio sono ben 12.333, mentre i «definitivi», quelli che in carcere cioè devono starci perché la sentenza è passata in giudicato, 38.845. Si calcola che tre detenuti su dieci siano consumatori di droga. È un carcere per «poveracci», quello italiano, dicono i dati di fatto.
RIVOLUZIONE NORMALE
Al ministero di Giustizia, il ministro Anna Maria Cancellieri parla con il suo entourage di «rivoluzione normale». Cioè, in via Arenula sono convinti che l’inferno delle carceri vada sconfitto «muovendosi». Tra detenuti che aumentano sempre di più e personale che manca sempre di più, è passata, tra le righe, un’idea chiamata «vigilanza dinamica». Quella che Gianluigi Madonia, segretario regionale della Uil“carceri”, spiega così: «Il nuovo modello prevede le sezioni aperte per più tempo, il detenuto responsabilizzato, la fiducia reciproca». È così, su un equilibrio precario, tra suicidi e rischio di rivolte, che si naviga a vista: sembrano però in parecchi a credere di essere finalmente, così dicono, «sulla rotta giusta». Vent’anni dopo Tangentopoli.

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E il detenuto Mino Torreggiani vinse la sua battaglia Strasburgo    


MILANO — Mino Torregiani, classe 1948, in carcere c’è entrato nel novembre del ‘93. Era uno della banda dei tir. Nella rete dell’operazione Golden Truck, c’era finito insieme a diversi complici e, nel novembre 2006, era stato trasferito nel carcere di Busto Arsizio. Così era iniziato il suo incubo. Per riottenere la libertà aveva atteso 4 anni e 4 mesi. E quella detenzione l’aveva ritenuta ingiusta, tanto da ricorrere a tutte le autorità possibili. La Corte europea l’8 gennaio scorso, con la sentenza che ha citato ieri Giorgio Napolitano, gli ha dato ragione. Mino, la cella da nove metri quadri («compreso il mobilio», ricordano i giudici della Ue nelle loro motivazioni), l’aveva dovuta condividere con altri due detenuti. Poco meno di due metri quadri di spazio vitale a testa. Troppo poco. Come disumane erano le condizioni dei servizi igienici. Fare una doccia era un’impresa, «mancava sempre l’acqua calda», emerge ancora nella sentenza. Per le condizioni di quel soggiorno forzato, Torregiani, per due anni non si è dato pace. Si è presentato di persona a Strasburgo, senza avvocato. È stato lui, insieme ad altri 33 detenuti, a contestare una detenzione infernale. E la Corte gli ha dato ragione: poco più di 34 mila euro l’ammontare del danno che lo Stato italiano, al termine del giudizio, è stato condannato a rimborsargli a titolo di danno morale.


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