La politica-Dynasty da Silvio a Marina

 «Non sono io la fata con la bacchetta magica che riporterà il mondo al 1994» ha detto a un amico. Marina Berlusconi sta davvero resistendo all’amore furioso del padre che vuole accomodarsi su di lei come Anchise sulle spalle di Enea. E le smentite, «non ci penso nemmeno», non sono di maniera, anche se di Marina non c’è più verità. A 47 anni una delle ereditiere più ricche del mondo ha infatti rilasciato una sola libera intervista non pilotata, e risale a 15 anni fa. Dunque Marina è un solo marchio: «Spero che Marina e Barbara non scendano in politica», ha detto Confalonieri con la faccia platealmente preoccupata e dunque volutamente non definitiva. «Noi facciamo il tifo per Barbara» hanno allegramente dichiarato prima Cacciari e poi Freccero. E così la dynasty è diventata un divertimento con lo schema del reality: la nomination al posto delle primarie, Barbara contro Marina, dove Barbara, la biondina laureata da Cacciari e don Verzé, la figlia disinvolta ed euforica che si fidanza con il calciatore del Milan, sembra inventata da Goldoni o da Molière per stanare l’introversa e disforica Marina. Ecco a voi la sfida delle sorelle, anzi sorellastre, delle femmine sapute: chi sarà nominata, vale a dire eliminata? Brrr, che brivido, la politica.
Proust direbbe che Marina è “la prigioniera”, e non solo del padre che invece di liberarla di sé vuole ingombrarla al punto di riprodursi uguale in lei, di clonarsi. «Rischio di diventare la parodia della discesa in campo, la caricatura di mio papà», ha confidato la vera Marina che mai salirebbe su un palco alla maniera di Frank Sinatra come nel debutto romano di 19 anni fa e mai riuscirebbe a ridicolizzare Travaglio e Santoro con la gag della sedia, né ha il sorriso e la faccia gaglioffa per correre ad abbracciare piangendo i terremotati mentre in segreto la cricca li truffa ridendo.
Prigioniera dei giornalisti-dipendenti che la raccontano “tosta” per compiacere Forbes e Fortune che la classificano più potente di Hillary Clinton, Marina, come ha sempre confermato Confalonieri che è il suo mago Merlino, è timida, musona e persino ingenua, anche se è costretta a fare “la bersagliera” come dicono in Mondadori.
A meno che “tosta” non voglia dire che ringhia nel difendere papà con il codice monumentale e ridicolo delle milizie giudiziarie, della Spectre dei boia che sbranano il frodatore fiscale, corruttore di giudici, consumatore di prostitute minorenni, compratore di parlamentari… Ma qui è il sangue che parla, sono le gigantografie sui muri del suo ufficio che prendono vita come le tele in Harry Potter: papà col Papa, papà con Bush, papà che ride, papà che vince, mentre marito e figli stanno nell’angolo, comparse in una vita di identificazione e di avvelenamento direbbe Freud citando Saturno, Cromo, Medea, Elettra… E papà ora le si attorciglia nello stomaco e alla gola, papà-mostro che le cresce dentro e al quale non ha ancora avuto la grandezza di ribellarsi per amore, come fanno tutte le figlie del mondo; di liberarlo e liberarsi con la dolcezza e con la forza di una donna adulta che onora il padre ma non contro se stessa: «Il solo uomo che ho veramente amato è stato mio padre » ebbe la lucidità di confessare Edda Ciano dopo che al padre si era opposta.
E infatti qualcuno in azienda mi parla della crescente magrezza, che non è più solo fatica di bellezza, di un viso tirato e provato, di un nervosismo inconsueto soprattutto sul lavoro, del ritorno di un antico desiderio di «andare via dall’Italia e di tornare a vivere in Inghilterra» dove ha avuto la sua bohème scapestrata e romantica, commessa in un negozio di abbigliamento, al tempo in cui la madre, la signora Carla Dall’Oglio, viveva in campagna nei pressi di Bournemouth, nel Dorset.
Marina non guida l’auto, odia i motori e ha una passione per i cani che ama “contro” gli uomini, alla maniera della Bardot, già da quando era single e viveva in corso Venezia, una miniatura di casa, mobili d’antiquariato e tre cani: ”un canile del settecento”. Tre anni fa il quotidiano Nice-Matin scrisse di un «tentato avvelenamento con veleno per topi di due dei sette cani da guardia della villa di Marina Berlusconi». Un Maigret fu mandato nel villaggio provenzale, ma il giallo non è stato mai risolto, e i cani si sono salvati.
Certo, la prigioniera è una Berlusconi sino in fondo e dunque simbolo come la falce e martello o lo scudocrociato. Basta scrivere “Berlusconi” e sovrapporre i profili. Marina è Berlusconi sino a portare sul corpo i segni di una ricostruzione barocca, dal viso al seno modellati più per compiacere il prototipo femminile di papà che per piacere al bel marito, l’ex primo ballerino della Scala che, nato a Leonforte e cresciuto a Calascibetta, è un siciliano arabo, silenzioso e discreto. Sebbene sia bersaglio del gossip, il “signor Marina”, Maurizio Vanadia, non è mai in mostra, «padre esemplare di due bambini che Marina protegge meglio e più di quanto Silvio protegga lei» che, dopo essersi acconciata anche a first lady e madre di suo padre e “balia” della sua giovane “matrigna”, sa bene che tutto potrebbe fare per lui, ma non diventare lui.
«Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi …» è dunque la colonna sonora dell’ultima anomalia, l’estrema risorsa del conflitto di interessi: cercando di fare della disperata Marina l’erede di una leadership politica, che non sarà mai dinastica come la proprietà della Mondadori o della Fininvest, lo scellerato papà rischia di trasformare la sua fata nella strega che seppellirà il berlusconismo.


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