La riforma sanitaria ammalata

NEW YORK. «Non c’è nessuno più arrabbiato di me» ha detto Barack Obama lunedì mattina in dal Rose Garden della Casa bianca. E ancora: «Non ci sono scuse». Questa volta non parlava dei repubblicani ma del disastro informatico in cui è invischiata la “sua” riforma sanitara.
Il primo campanello d’allarme lo aveva lanciato, a denti stretti e per niente divertito, il comico Jon Stewart, in un’ intervista al ministro della sanità Kathleen Sebelius, sul Daily Show del 7 ottobre. «Ma com’è che il sito non funziona?». In quei giorni, però, i tg e i commentatori erano completamente immersi nel polverone del doppio dramma shutdown/tetto del debito. E, accecati dal loro odio per Obamacare, I mastini del Tea Party non hanno pensato che, invece di ostinarsi a tener chiuso il governo per due settimane nel vano tentativo di farla abrogare, avrebbero potuto cliccare su www.healthcare.gov e provare, come milioni di americani, a iscriversi a uno dei consorzi assicurativi aperti con il varo della nuova legge, o anche solo ad avere della informazioni a riguardo. Invano.
I semi della potenziale autoimplosione del fiore all’occhiello della presidenza Obama si sarebbero materializzati davanti ai loro occhi: «Si prega di attendere», «Il sistema è fuori uso», «Errore», «il sito è sovraccarico, riprovate più tardi» sono alcune delle schermate che hanno salutato gli avventurosi cercatori di copertura sanitaria la settimana del debutto online dell’Affordable Health Care Act. Chi riusciva, per caso, a oltrepassare quella prima trincea, si perdeva quasi sempre poco dopo, nel labirinto dei formulari da compilare per iscriversi al sito, passo necessario per poter accedere a qualsiasi informazione sui costi e sui dettagli dei piani offerti dai consorzi dei singoli stati. Secondo I dati, solo una rischiesta di iscrizione al sito su dieci è andata a buon fine.
In quei primi giorni, la Casa bianca ha imputato l’empasse a un carico eccessivo di presenze sul sito. Ma tre settimane dopo, con la guerra fiscale rimbalzata a inizio anno, i problemi continuano e la legge sulla sanità è di nuovo nell’occhio del ciclone. Questa volta, però, i suoi nemici hanno qualcosa in cui affondare i denti. In nome del clamoroso malfunzionamento del sito, parecchi repubblicani hanno chiesto la testa del ministro Sebelius e la Commissione inchieste della Camera ha indetto udienze sul tema, a partire da giovedì.
Sebelius (virtualmente muta dopo l’imbarazzante apparizione da Stewart) ha anticipato che quel giorno non sarà disponibile per testimoniare.
La gente è furibonda
«Sto ricevendo moltissime telefonate di gente furibonda», mi ha detto candidamente un ricercatore dell’health exchange dello stato di New York, la seconda persona con cui ho parlato al telefono dopo aver tentato per più di una settimana senza successo di iscrivermi online. Era gentilissimo, preparato e altrettanto frustrato. Gli mancavano infatti alcuni strumenti chiave, come gli indirizzi dei posti dove, visti i problemi del sito, avrei potuto andare di persona per chiarirmi le idee sui consorzi: aveva solo i numeri di telefono (quindi non c’era modo di capire se erano a Manhattan, dove vivo). Con o senza indirizzo, i dati non sono comunque disponibili online, per cui siamo passati a carta e penna.
I problemi del sito variano – dai semplici difetti di design per cui si rimane bloccati nel formulario per sciocchezze come una virgola o un apostrofo, a problemi più seri di interfaccia con altri database, come per esempio quello dell’Internal Revenue Service, e cioè l’ufficio federale della tasse -un’istituzione la cui semplice menzione fa venire i brividi all’americano medio, ma con la quale il sito della sanità deve comunicare per verificare se un richiedente si qualifica o meno per la riduzione dei costi. Un altro momento di panico è arrivato alla notizia (riportata dal Wall Street Journal) secondo cui, in alcuni casi, le difficoltà di interfaccia del sito metterebbero a repentaglio anche la privacy (altro tasto delicatissimo) dei dati di salute di un richiedente. In alcuni casi (sempre Wall Street Journal) i consorzi assicurativi avrebbero riportato di aver ricevuto dati anagrafici sbagliati relativi a un applicante – adulti che diventano bambini, single che vengono iscritti con famiglia a carico e così via.
Aldilà dall’aver riconosciuto le gravi difficoltà del sito, l’amministrazione Obama continua a non dire molto di più sulla natura dei problemi, sulla loro causa e soprattutto e su quanti, finora, passato lo scoglio dell’iscrizione avrebbero aderito ai piani assicurativi dei consorzi. Il quadro è complicato ulteriormente dal fatto che la situazione varia di stato in stato – ci sono quelli (14, in gran parte governati da democratici) che hanno sviluppato internamente i loro exchanges e quelli (quasi sempre sotto il controllo di governatori o parlamento repubblicani) che hanno rifiutato di farlo – un totale di 36 stati dei cui consorzi ha dovuto farsi carico direttamente Washington. È in questi stati che la debacle di healthcare.gov si fa sentire più acutamente – nonostante i quasi 400 milioni di dollari che il governo ha investito nel famoso website. «Abbiamo chiamato nuovi esperti informatici, sia dal settore pubblico che da quello privato», hanno annunciato domenica i portavoce del ministero della sanità. È stato fatto il nome dell’economista Jeff Zients e di “luminari” da Silicon Valley. Posto che gli apppalti governativi hanno delle regole precise, viene spontaneo chiedersi come mai, per un obbiettivo così ambizioso, Obama e la sua squadra non siano ricorsi fin dall’inizio a gente come Besos – viviamo dopo tutto in un paese dove Amazon riesce a venderti qualcosa anche quando non te ne accorgi. Ti raggiungono praticamente quando dormi. Invece di essere facile, rassicurante, il cammino verso il sollievo di una copertura sanitaria, per ora, invece, vetri rotti.
Successo o fallimento?
L’imbarazzo dell’esordio di questa legge “storica” è decisamente enorme, ma verrà riassorbito se, alla fine, l’Affordable Health Care Act sarà un successo. Per stabilirlo ci vorrà del tempo. Per verificare che non sia proprio un fallimento, invece, i tempi sono più brevi: gli ottimisti dicono che il sito deve funzionare appieno entro l’inizio di dicembre (la deadline per avere copertura a partire dal primo gennaio è il 15 di quel mese; per evitare la multa il 30 marzo 2014). I pessimisti dicono che, per arrivare all’obbiettivo prefissato di 7 milioni di iscritti anticipati entro marzo, e garantire che una buona parcentuale di quegli iscritti siano giovani e sani, il sito deve essere riparato molto prima. Altrimenti i costi delle polizze andranno alle stelle.
Come ha detto Obama lunedì scorso, un sito che non funziona non è una legge che non funziona. E, al momento, il successo della legge dipende da variabili pericolosamente diverse tra loro. Fortunatamente, sito a parte, non tutte le notizie sono negative. In testa ai casi dove sembra che Obamacare sia partita bene è curiosamente il Kentucky, uno stato così povero che, qualche anno fa, il New York Times dedicò un articolo alla cifra record di residenti sotto i 65 anni che non avevano i denti, perché non potevano permetterseli. Il Kentucky è tradizionalmente uno “stato rosso”, ed è lo stato del repubblicano/libertario Rand Paul, ma il governatore è un democratico che ha sposato con entusiasmo la riforma, lavorando con molto anticipo all’exchange statale. Pare che le iscrizioni procedano anche nello stato di Washington, in California e a New York (che però ha un sito scassatissimo). Neanche in Oregon il sito degli health exchanges funziona ancora, ma il numero dei non assicurati è già calato del 10% grazie a un’estensione federale del Medicaid (il programma di assistenza sanitaria per i poveri) prevista da Obamacare, che però parecchi stati repubblicani hanno rifiutato. Paradossalmente, infatti, gli stati che hanno più bisogno delle riforma perché le cifre dei non assicurati sono altissime, come il Texas, stanno remando contro. Quelli che hanno la percentuale di non assicurati più bassa, come la California, stanno facendo il possibile perché le cose vadano bene. Il tutto rende i risultati, sia pratici che politici, difficilissimi da prevedere.
Nel frattempo, le assicurazioni – che partecipino o meno ai consorzi- stanno a guardare. Ma se i costi delle nuove polizze salgono troppo saranno le prime ad abbandonare la nave. E, in questo difficilissimo ibrido legislativo di pubblico e privato, fatto per evitare lo spauracchio del single plan, il sistema unico di copertura sanitaria nazionale, il fallimento sarà considerato un fallimento del governo. Di Obama in particolare.
C’è chi sostiene che parlare di un mercato della sanità è una contraddizione in termini. Anche Bill e Hillary Clinton, quando avevano tentato invano la riforma sanitaria, nel 1993, avevano optato per un mix di settore pubblico e settore privato. Forse è ora di smontare l’assunto che l’unico modo di rivoluzionare la sanità negli Stati uniti sia di farlo rinuciando in partenza all’idea del single plan. Per il momento, intanto, ci si augura che Obamacare superi la crisi.


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