L’altalena dei numeri: solo 137 voti sicuri Ne servono altri 24

ROMA — Cinquantaquattro è il numero magico che a metà pomeriggio ha fatto cambiare corso alla giornata. A Palazzo Madama, nell’ipotesi migliore per il governo, il presidente del Consiglio potrebbe arruolare addirittura una quarantina di senatori del Pdl («Siamo anche di più», assicura Carlo Giovanardi), dieci di Gal (il gruppo misto del centro destra) e quattro transfughi grillini (Adele Gambaro, Marino Mastrangeli, Fabiola Antinori, Paola De Pin) che hanno costituito la loro componente autonoma per distinguersi dai colleghi di Sel (non disposti ad appoggiare le larghe intese vecchie e nuove) con i quali coabitano nel gruppo misto. Dunque, al premier Enrico Letta, i fedelissimi che presidiano Palazzo Madama hanno assicurato numeri più che buoni per il voto di fiducia previsto per oggi. L’ipotesi più rosea per Letta: oltre che sui 137 senatori sicuri (107 del Pd, 20 di Scelta civica compreso il senatore a vita Mario Monti, 10 autonomisti = 137) il governo in carica potrebbe contare pure su 54 «responsabili» filogovernativi in gran parte del centrodestra, che porterebbero la maggioranza a quota 191, ben oltre la soglia di sopravvivenza di 161 seggi. Un vantaggio ancora più consistente se si aggiungono i restanti cinque senatori a vita (Rubbia, Cattaneo, Piano, Abbado e Ciampi).
Ma questi calcoli venivano fatti prima di una notte fitta di trattative finalizzata a una campagna acquisti frenetica, da una parte e dall’altra. A tarda sera, infatti, si è fatta strada anche un’ipotesi meno esaltante per Letta. Lo scenario, più che prudente, tracciato nel quartier generale del Pd riduceva di molto il vantaggio al Senato sui berlusconiani di stretta osservanza: 20 filogovernativi del Pdl, 4 ex grillini e 5 senatori a vita porterebbero la maggioranza pericolosamente a quota 166, solo cinque voti in più rispetto al quorum di 161. Per questo, quando era già buio, Nichi Vendola è stato convocato invano a Palazzo Chigi per capire se e come fosse possibile ipotizzare l’intervento del «soccorso rosso» costituito dai sette senatori di Sel.
Certo, al Senato non si profila la maggioranza bulgara ottenuta dal governo Letta a maggio ma sarebbe pur sempre una maggioranza politica che trae forza dal blocco Pd-Scelta Civica, al quale si aggiungerebbe un Pdl-Ppe ridimensionato e depurato della rinascente Forza Italia.
Ieri mattina, questo scenario neanche era immaginabile. Anzi, i numeri erano ben più traballanti per Enrico Letta. Tanto che, a mezzogiorno, da una triangolazione Quirinale-Palazzo Chigi-Senato era uscito un percorso diverso per la seduta di oggi: dichiarazioni del presidente del Consiglio in aula, sospensione del dibattito su richiesta del premier per recarsi successivamente da Napolitano al quale avrebbe presentato le sue dimissioni (per poi essere rinviato alle Camere).
Invece, nel pomeriggio i numeri hanno iniziato a fluttuare. Il pesce pilota lo ha fatto il solito Domenico Scilipoti, transfuga di professione approdato nel Pdl («Io sono credente spero che non accada nulla di traumatico») ma i veri movimenti di truppa si sono visti al Senato con i fedelissimi di Angelino Alfano che hanno preceduto la dichiarazione del ministro dell’Interno sulla necessità che «tutto il Pdl voti la fiducia a Letta». Poi è uscito allo scoperto anche Roberto Formigoni che è pur sempre di Comunione e liberazione. Paolo Naccarato (Gal) ha fatto la sua profezia, riferendosi al duro monito dell’Osservatore Romano. «La maggioranza silenziosa del centrodestra assicurerà la governabilità». Ma questo avveniva prima di una notte in cui non si è risparmiato alcun colpo basso.
Dino Martirano


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