L’America trova l’intesa per evitare il default

WASHINGTON — L’«accordo dell’undicesima ora» al Congresso disinnesca in extremis la bomba del debito pubblico ed evita il default dell’America, ma non pone certo fine alla drammatica crisi di governance del sistema politico Usa. Oggi la spunta Obama: ottiene la riapertura del governo senza cedere al ricatto di chi pretendeva in cambio il depotenziamento o addirittura il blocco della sua riforma sanitaria. I repubblicani escono con le ossa rotte dalla sfida temeraria che avevano lanciato alla Casa Bianca. Ma, anche se il Congresso (ieri notte il Senato e subito dopo la Camera) ha votato il compromesso siglato ieri dai leader di democratici e repubblicani al Senato, Harry Reid e Mitch McConnell, la partita è tutt’altro che chiusa.
Certo, nell’immediato viene allontanato lo spettro dell’insolvenza del Tesoro Usa, il pilastro sul quale si regge tutto il sistema finanziario internazionale che continua a essere basato sul dollaro. E, con la fine dello shutdown, il governo potrà rialzare la saracinesca tirata giù 17 giorni fa: centinaia di migliaia di dipendenti pubblici lasciati a casa senza stipendio torneranno al lavoro. Un black-out che secondo Standard&Poor’s è costato all’America lo 0,6% del Pil. I mercati, che nei giorni scorsi avevano cominciato a temere che si potesse arrivare davvero a privare il governo della capacità di indebitarsi con conseguenze potenzialmente devastanti, ieri hanno salutato con sollievo l’intesa: l’indice Dow Jones della Borsa di New York si è impennato di oltre 200 punti, raggiungendo un nuovo massimo alle prime notizie del compromesso. Ma quella siglata ieri è solo una tregua: l’intesa prevede, infatti, che entro il 13 dicembre deputati e senatori dei due fronti si accordino su un più ampio piano di lungo periodo per il contenimento del debito pubblico. Ed è difficile immaginare come ciò possa avvenire in un clima politico così avvelenato, coi repubblicani pieni di risentimento e vogliosi di rivincita.
Ma, se non arriverà questa intesa in materia di bilancio, all’inizio del 2014 saremo di nuovo al punto di partenza: l’accordo di ieri, infatti, finanzia l’attività di governo solo fino al 15 gennaio e alza il tetto del debito pubblico fino al 7 febbraio. Certo i repubblicani, bruciati da quello che è accaduto nelle ultime settimane e col rischio di perdere consensi (e le elezioni di «mid term» del prossimo anno), ci penseranno due volte prima di provocare un’altra crisi così devastante. Ma anche Obama deve stare attento: oggi sembra deciso a sfruttare le divisioni della destra per far riconquistare ai democratici la maggioranza nelle due aule del Congresso e uscire dall’attuale situazione di semiparalisi. Ma i sondaggi dicono che questo suo governare il Paese passando da una crisi all’altra in un perenne clima di emergenza alimenta un profondo malessere tra gli americani: la grande maggioranza dei quali (76 per cento) incolpa soprattutto i repubblicani.
Ma è salito oltre il 50 per cento (53 per la precisione) il numero dei cittadini che bocciano anche l’operato del loro presidente. Ieri sera, mentre ci si preparava al voto notturno, il senatore del Texas Ted Cruz, portabandiera dei Tea Party, condannava con veemenza l’accordo che sancisce la sua sconfitta ma senza lanciarsi di nuovo in un’iniziativa di ostruzionismo parlamentare. E, dopo una giornata trascorsa in gran parte in silenzio a leccarsi le ferite, è riemerso anche lo speaker della Camera John Boehner, il grande sconfitto di questa battaglia che spacca soprattutto il suo gruppo parlamentare: «Abbiamo combattuto con coraggio e per buoni motivi. Solo che non abbiamo vinto».


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