Ora l’America fa i conti: persi 24 miliardi

WASHINGTON – «Welcome back, il vostro lavoro è prezioso: ci difendete, garantite la nostra sicurezza, curate i servizi pubblici. Ci siete mancati». Di prima mattina Barack Obama accoglie alla Casa Bianca i dipendenti tornati fulmineamente al lavoro dopo la fine dello «shutdown».
E’ tutto avvenuto molto in fretta, dopo uno stallo durato settimane: quando hanno capito che il presidente non «bluffava» col suo rifiuto di fare concessioni politiche per ottenere semplicemente il finanziamento della normale attività amministrativa, i repubblicani hanno ceduto di schianto. In poche ore il Senato e poi la Camera hanno votato, mercoledì a tarda sera, la legge (senza tagli a Obamacare) che consente di ripristinare le normali attività di governo almeno fino al 15 gennaio, mentre il tetto del debito pubblico è stato alzato fino al 7 febbraio.
A mezzanotte e mezzo, mezz’ora dopo il momento cruciale nel quale il Tesoro aveva perso la capacità di contrarre prestiti, Obama ha firmato la legge appena approvata dal Congresso. Venti minuti dopo sono partite le e-mail con le quali tutti i dipendenti pubblici rimasti a casa senza stipendio negli ultimi 16 giorno sono stati invitati a tornare subito al lavoro.
Adesso è ora di bilanci: mentre i repubblicani riflettono sui loro errori e si chiedono se e quanto ciò che è accaduto peserà negativamente sulle elezioni di «mid term» dell’anno prossimo, un Obama ancora irato si concede un «giro della vittoria» senza nemmeno un sorriso: «Le famiglie americane hanno dovuto tagliare le loro spese, la metà degli amministratori delegati delle società Usa dice che a causa di questo scontro che ha danneggiato l’economia, sono stati costretti a rinviare i piani di nuove assunzioni. Il costo del denaro è aumentato per tutti, famiglie e imprese. E per che cosa? Per una crisi provocata in modo artificiale, senza alcuna giustificazione economica: l’economia cresceva, i posti di lavoro pure e avevamo già dimezzato il deficit pubblico».
L’accusa ai suoi oppositori è durissima: «Dicevano che la scossa dello “shutdown” serviva a scuotere il Paese e a portarlo fuori dalla crisi, e invece l’anno aggravata rendendo baldanzosi i concorrenti dell’America e incoraggiando i nostri nemici». Obama, però, non cita mai direttamente il partito repubblicano e i suoi leader. Probabilmente perché ha comunque bisogno della loro collaborazione per l’accordo bipartisan sul bilancio che, in base al compromesso votato ieri, dovrebbe essere raggiunto entro il 13 dicembre. Altrimenti a metà gennaio l’America si ritroverà di nuovo alle prese con una crisi fiscale. E poi Obama vuole anche rilanciare la legge sull’immigrazione.
Dopo il disastro politico di questi giorni, però, difficilmente i repubblicani si infileranno di nuovo in un vicolo cieco, minacciando di spingere il governo federale all’insolvenza. Un atteggiamento che li ha messi in rotta di collisione anche con gli imprenditori che hanno fin qui sostenuto la destra. Un malessere che sconteranno a lungo perché l’inventario dei danni prodotti da questa crisi fiscale «artificiale» è appena iniziato: decine di migliaia di posti di lavoro perduti mentre, secondo i calcoli dell’agenzia di rating Standard & Poor’s, i 16 giorni di «shutdown» e l’incertezza che ne è derivata hanno avuto un costo, in termini di minore crescita economica, pari allo 0,6 per cento del Pil: 24 miliardi di dollari di ricchezza prodotta in meno.
Altri centri di ricerca cominciano a produrre analisi più sofisticate, e anche più vaghe, sul costo dell’elevata conflittualità politica che ha segnato fin dal 2009 la presidenza Obama e di quello dei tagli automatici di bilancio attuati col provvedimento di «sequestration»: calcoli che portano a una perdita complessiva di produzione, negli anni, di 150 miliardi di dollari (ma c’è anche chi arriva a 300) e a 900 mila assunzioni in meno di quelle che avremmo avuto col normale sviluppo economico.
I conti più precisi, tra queste analisi di lungo periodo, li ha fatti il Peterson Institute, autorevole centro studi di economia internazionale, secondo il quale l’aumento del costo del denaro per le famiglie e le imprese dovuto all’incertezza da eccesso di conflittualità politica è stato dello 0,38 per cento, dal 2009 ad oggi.
Massimo Gaggi


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