Tunisia nel caos, rivolta contro il potere islamista

«DÉGAGE, dégage, vattene via»: in Tunisia contro il governo islamista è tornato lo slogan del furore, quello che nel 2011 aveva finito per fare il miracolo, scacciando il tiranno Ben Ali, e che più di recente, con altre parole e in un altro Paese, l’Egitto, ha deposto il presidente islamista Morsi. Stavolta le urla dei manifestanti, scesi in piazza a migliaia alla Kasbah e in avenue Bourghiba a Tunisi, e in decine di altre città, sono rivolte contro Ennahda e i suoi militanti. Il partito islamista moderato al governo ha finalmente acconsentito a farsi da parte sull’onda delle proteste popolari degli ultimi mesi, dopo l’uccisione di storici rappresentanti dell’opposizione laica, e nell’ennesima dimostrazione del fallimento politico dei gruppi islamisti arrivati al governo sull’onda delle rivolte arabe. Dopo i Fratelli musulmani in Egitto, cade un altro baluardo del potere religioso instaurato dopo la storica stagione delle “primavere” mediorientali?
Tuttavia Ennahda non molla le redini del potere. L’anima laica del Paese scende in piazza con lo spirito dei giorni rivoluzionari, accusando il partito al governo di tolleranza verso gli eccessi islamisti proprio nel momento in cui le forze di sicurezza sono all’offensiva contro le formazioni qaediste in Tunisia, e si moltiplicano gli attentati anche contro l’esercito e la polizia.
È rabbia vera, tanto che a Kef, città d’origine di un agente ucciso dai jihadisti, la sede del partito è stata devastata e data alle fiamme, mentre a Beja centinaia di dimostranti hanno assalito la sede di Ennahda ferendo cinque membri del partito. Scontri fra studenti e militanti islamisti sono segnalati ovunque, da Tunisi a Sousse, a Gabès, a Kef.
La polizia nei giorni scorsi aveva condotto un’offensiva contro i miliziani di Ansar el Sharia, nella zona montuosa vicino al confine con l’Algeria, conclusasi con una decina di jihadisti uccisi. Ma in un successivo raid a Sidi Ali Ben Aoun erano morti sei agenti, e un
altro a Menzal Bourghiba, poco lontano dalla capitale. Tunisi ha proclamato tre giorni di lutto nazionale. Tuttavia la tensione fra il popolo e il governo islamista s’è approfondita a tal punto da suggerire ai rappresentanti del governo legati ad Ennahda di annullare i funerali ufficiali nella capitale: solo cerimonie locali, nelle città di provenienza dei caduti, a Sidi Bouzid, a Kasserine, a Kef. Infatti, le moltitudini accorse alle esequie hanno lanciato slogan e critiche feroci alla classe dirigente. Con l’accumularsi dei lutti, le cerimonie servono come sfogo alla rabbia contro il premier Ali Laaradyeh, contro quello dell’assemblea costituente Mustapha Ben Jaafar, e persino contro Moncef Marzouki, il laico presidente della Repubblica, incolpato di non avere arginato l’espansione islamista.
Ennhadha ora è di fronte a un bivio storico: può lasciare il potere ottenuto con le prime elezioni libere del dopo Ben Ali, o cedere al richiamo fondamentalista e “insabbiare” il processo democratico. Il governo parla di dimissioni dopo la creazione di un’amministrazione provvisoria, in accordo con l’opposizione, e dopo il varo della Costituzione. I prossimi mesi sono fondamentali per capire quale piega prenderà la rivoluzione tunisina. Su Tunisi sono puntati gli occhi sia della comunità internazionale che di altri Paesi arabi, come l’Egitto e la Libia, dove le rivolte non hanno avuto i risultati sperati. Ma anche i jihadisti guardano alla Tunisia: approfittano della vicinanza con la Libia per addestrarsi nelle zone desertiche e rifornirsi di armi, sognando il momento in cui potranno fondare un emirato islamico sulla sponda del Mediterraneo.


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