Xi Jinping trionfa a Jakarta nell’assenza del presidente Usa

Per il miliardario Warren Buffet siamo di fronte a «idioti» (i repubblicani), per Pechino, preoccupata più di tutti a causa degli investimenti nei buoni del Tesoro Usa, è l’«irresponsabilità del sistema partitico americano». «Il tempo stringe» fanno sapere da Pechino; la Cina ha chiesto a gran voce stabilità agli Stati Uniti, con il proprio vice ministro delle Finanze, che al Financial Times, ha specificato: «I destini delle due economie più forti al mondo, sono legati l’uno all’altra». Per altri in Asia invece, su tutti Corea e Giappone, si tratta di eventi e pericoli, che conclamano una debolezza americana già sospetta. 
Come per Clinton nel 1995, di fronte all’allora shutdown, anche Obama ha rinunciato ai previsti viaggi asiatici, per sostenere da vicino il rischio di default Usa. È la terza volta che Obama rimanda un viaggio in Asia per problemi interni: nel 2010 rinunciò per l’approvazione della Riforma sanitaria, qualche mese dopo fu per la fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico. Obama salta così due appuntamenti regionali decisivi: il summit dell’Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation, cominciato venerdì) a Bali e quello dell’Asean (Association of South-East Asian Nations che comincerà il 9 ottobre) in Brunei. Al suo posto ha mandato il segretario di Stato John Kerry. Non solo summit, perché il viaggio di Obama prevedeva anche il rafforzamento della Trans-Pacific Partnership, un accordo commerciale con dodici paesi dell’area, considerato il principale puntello della strategia pivot to Asia di Obama, con chiara intenzione di contenere Pechino. Nel TPP, infatti, la nazione che manca è proprio la Cina. 
A Seul e Tokyo Obama ha mandato il reduce di guerra in Vietnam, il repubblicano Hagel, ma tra gli alleati asiatici serpeggiano da tempo dubbi sulla reale capacità degli Usa di tenere fede agli accordi presi. La debolezza americana in Siria – così viene letto il dietrofront di Obama all’intervento – non soddisfa chi, come Seul e Tokyo, dipende in larga parte dagli Stati Uniti (che invieranno nuovi droni nella zona) per proteggersi da eventuali follie di Corea del Nord e Cina, sulle questioni dei territori contesi.
E se c’è chi dubita degli Usa e della loro capacità di difesa in Asia, c’è chi vive l’attuale crisi dell’amministrazione Obama in modo ambivalente: è la Cina. Da un lato infatti la crisi economica e il rischio di default pone Pechino di nuovo in una posizione molto critica verso Washington: «gli Stati Uniti hanno una grande quantità di investimenti diretti in Cina e la Cina ha un gran numero di buoni del tesoro Usa. Gli Stati Uniti sono chiaramente consapevoli delle preoccupazioni della Cina circa la situazione di stallo finanziario di Washington e la richiesta della Cina per gli Stati Uniti per garantire la sicurezza degli investimenti cinesi», ha specificato il vice ministro delle finanze cinesi.
La Cina avrebbe 1280 miliardi di dollari in titoli del Tesoro USA – dato del luglio 2013 – anche se a causa di investimenti indiretti, tramite intermediari, potrebbero essere molti di più. Un default americano quindi, potrebbe mettere in crisi nuovamente l’economia mondiale e con essa la precaria, ora come ora, economia cinese.
Se Pechino tuona sulle questioni dei mercati internazionali e degli investimenti diretti in Usa, la debolezza americana si potrebbe trasformare invece in straordinaria opportunità diplomatica per Pechino. Si dirà del soft power che la Cina ancora non ha finalizzato in modo comprensibile all’Occidente, ma per ora al pivot americano di Obama, Pechino risponde con i soldi, brutti sporchi, ma veri. Xi Jinping sta svolgendo un tour trionfale, data l’assenza di Obama, per lavorare ad un accordo commerciale tra paesi asiatici, che guarda il caso non prevederebbe gli Stati Uniti. Promettendo investimenti nei paesi dell’Asean e la creazione di una banca delle infrastrutture in senso chiaramente anti americano.
Primo Presidente cinese a parlare di fronte al Parlamento indonesiano, Xi Jinping ha stretto accordi con la Malesia e si appresta ad allargare la sfera di influenza cinese, proprio con i paesi che più si erano avvicinati a Washington (come le Filippine). La Malesia è un caso emblematico: dopo la presidenza di Mahathir Mohamad che aveva allentato i rapporti con gli Usa, Washington riteneva il paese il punto di partenza della propria strategia asiatica. E ora Xi Jinping con la Malesia ha stretto accordi commerciali che dovrebbero triplicare i numeri del commercio bilaterale.


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