Il referendum «anti casta» non si farà

MILANO — Niente referendum «anti casta». Niente consultazioni sul lavoro. A dispetto dell’imponente quantità di firme raccolte a sostegno, l’ufficio del referendum della Corte di Cassazione ha dichiarato i quesiti inammissibili. Non tanto per il loro contenuto, quanto per un fatto formale. I quesiti sono stati presentati successivamente all’indizione dei comizi elettorali che hanno condotto alle elezioni politiche dello scorso febbraio: i referendum erano stati presentati il 7 e il 9 gennaio.
Va detto che l’ufficio dei referendum — presieduto da Corrado Carnevale — non ha respinto i quesiti all’unanimità, ma soltanto a maggioranza: una parte dei supremi magistrati ha ritenuto infatti che la richiesta di referendum avrebbe potuto essere presa in considerazione anche a prescindere dalla crisi del governo Monti e della conseguente convocazione dei comizi elettorali.
Il quesito «anti casta» era stato presentato dal movimento Unione popolare guidato da Maria Di Prato ed era riuscito a raccogliere la bellezza di un milione e trecentomila firme a sostegno. Puntava all’abolizione della cosiddetta «diaria» attribuita ai parlamentari per le spese del loro soggiorno a Roma. Secondo i calcoli dell’Unione popolare, uno scherzetto da 3.550 euro al mese per ciascun eletto (secondo i calcoli dei promotori). Il quesito non riguardava invece l’indennità dei parlamentari, per non incorrere nel rischio di incostituzionalità. Maria Di Prato è amara: «Ha ragione chi sostiene che la sovranità popolare è un optional: non si farà il referendum sulla diaria riconosciuta persino ai parlamentari residenti a Roma. In Italia si vota ad ogni pie’ sospinto. E dunque i cittadini non potranno mai votare per abrogare le leggi sbagliate».
Ma al macero finiranno anche le firme raccolte dall’Italia dei valori, da Sinistra e libertà e dai verdi (ma anche dalla Fiom e da una parte della Cgil). Anche qui, perché i quesiti con le firme erano stati depositati dopo la convocazione dei comizi elettorali.
Il primo referendum chiedeva l’abrogazione delle modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori dalla riforma che porta il nome dell’ex ministro montiano Elsa Fornero. Il secondo intendeva cancellare l’articolo 8 del decreto legge di Maurizio Sacconi che introduce la possibilità di derogare le norme dei contratti nazionali qualora siano sostituiti da accordi aziendali e territoriali. Ciascuno dei due quesiti lavoristici avevano raccolto tra le 650 e le 700mila firme. Per Di Pietro «è un vero e proprio schiaffo alla democrazia», mentre per Paolo Ferrero la democrazia è stata calpestata «a favore dell’arbitrarietà con cui il presidente Napolitano ha sciolto le Camere in anticipo proprio per impedire i referendum».
Ma la Cassazione un via libera l’ha dato. Quello al referendum per l’abrogazione della norma che tagliava circa mille piccoli tribunali in tutta Italia. Una consultazione chiesta dalle Regioni — capofila, l’Abruzzo — che ieri cantavano vittoria.
Marco Cremonesi


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