Non c’è la firma sugli accordi di pace tra il governo e i ribelli

CAPE TOWN. A un passo dalla china, i giochi si sono arenati ancora una volta e quella che sembrava la porta stretta verso nuovi e risolutivi scenari della crisi congolese, si è rivelata invece la naturale conclusione di un processo di pace mai avviato. La pantomima della firma di un documento d’accordo a cui le delegazioni di Onu, Ue, Usa e Unione Africana, riunite l’11 novembre nella sala del Palazzo presidenziale di Entebbe, in Uganda, non hanno assistito è solo un altro atto di una piece teatrale di cui nessun governo occidentale e africano ha interesse a scrivere l’atto finale.
La sala vuota in attesa dei firmatari che al cospetto di burattinai regionali e occidentali avrebbe dovuto ospitare la cerimonia per la ratifica della disfatta militare dei ribelli rappresenta, non il collasso di sedicenti negoziati di pace, ma l’ennesimo fallimento della politica internazionale post-coloniale nella Repubblica Democratica del Congo, il vuoto della politica che fa da framework alla recente azione militare. Dopo ore di battibecco su un documento in 11 punti già condiviso e siglato nelle passate settimane, i capi dei ribelli M23 (nella foto Reuters) e il capo della delegazione del governo congolese non hanno trovato l’accordo sull’intestazione. Così quello che per i ribelli sarebbe dovuto essere un accordo di pace, per il ministro degli esteri congolese altro non era che una più che vaga dichiarazione. Naturalmente, a scatenare la diatriba non è certo stato un wording invece di un altro, quanto ben altre richieste disattese. Il documento dovrebbe regolamentare il disarmo e la smobilitazione delle truppe ribelli, un eventuale inquadramento di alcuni ranghi nell’esercito governativo e la concessione di un’amnistia. Non è azzardato quindi presumere che la querelle si sia infiammata proprio su quest’ultimo punto. Essendoci, pare, la volontà di concederla per crimini come saccheggi e furti ma non per crimini di guerra, il capo militare degli M23 Sultani Makenga non ne beneficerebbe.
Il 5 novembre scorso un comunicato del leader dei ribelli M23 Bertrand Bisimwa annunciava la fine di una guerriglia durata circa 20 mesi. A contribuire alla resa finale erano state le ultime due settimane di offensiva serrata delle forze governative sostenute dalla brigata di intervento Onu – 3mila soldati – che avevano conquistato le ultime posizioni degli insorti al confine con l’Uganda e il Rwanda. In particolare tra il 25 e il 27 ottobre l’esercito di Kabila, più volte accusato dagli inviati Onu di stupri e violenze contro donne e minori, responsabile di saccheggi e traffico illegale di minerali e mal equipaggiato, riusciva a ottenere la sua prima vittoria contro i ribelli grazie al sostegno dei battaglioni Onu, che per l’occasione contavano sugli elicotteri d’attacco sudafricani Rooivalk. Un anno dopo la debacle di Goma, la capitale del Nord Kivu, che aveva scioccato persino l’Occidente e orientato l’Onu verso una politica più militarmente interventista di fronte al repentino avanzare delle truppe ribelli, furono cruciali la pressione internazionale senza precedenti contro ogni sostegno esterno ai ribelli e la sospensione degli aiuti di alcuni governi forti al Rwanda, accusata dall’Onu di essere con l’Uganda il principale sostenitore degli M23. Oltre a normative emanate dopo che il Congresso Usa ha approvato la legge sulla trasparenza, la Dodd-Frank, che obbliga compagnie petrolifere, multinazionali e produttori manifatturieri a rivelare se i loro prodotti contengono minerali provenienti da zone di conflitto come il Congo.
E il punto è proprio questo. La guerra che da due decenni mette a ferro e fuoco la regione orientale delle Repubblica Democratica del Congo è alimentata dall’interesse condiviso di governi, multinazionali, ribelli e trafficanti per mantenere il controllo delle immense risorse minerarie. Più di due milioni di chilometri quadrati di sottosuolo di lusso che gli è valso l’appellativo di “scandalo geologico”: vale a dire più del 70% delle risorse mondiali di coltan, essenziale per le multinazionali della telefonia cellulare e dei portatili, il 30% delle riserve diamantifere del pianeta, oltre a vasti depositi di cobalto, rame, bauxite, uranio. In questa situazione di stallo, l’unico a uscire vincitore per ora è Joseph Kabila, l’attuale presidente congolese, grazie alla resa dei ribelli probabilmente studiata a tavolino e che altro non fa che redistribuire interessi e compiti al grido di “Grazie Kabila” per le strade di Kinshasa.


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