Doria e l’«assalto»: l’odio della gente mi fa stare male

by Sergio Segio | 21 Novembre 2013 9:12

GENOVA — Mancavano due giorni alle primarie. In quell’inizio di febbraio del 2012 sulla città tirava un vento gelido, che qui chiamano tramontana nera.
Marco Doria, docente di economia, ultimo erede di famiglia che più nobile non si può, era uscito di corsa dalla lezione. Aveva raggiunto i volontari che facevano campagna per lui in un mercato rionale. «Si avvicina un signore dall’aria per bene. Prende il volantino con sopra la mia faccia. La guarda con attenzione. Io aspetto con fiducia la sua reazione, mi preparo a sorridere. “Uno dei soliti politici di merda”, dice il signore. Accartoccia, getta per terra, e si allontana».
Il futuro sindaco di Genova raccolse quel volantino. È ancora in un cassetto della sua scrivania. «La scritta sotto alla faccia era uno slogan sulla mia provenienza dalla società civile. In quel momento realizzai che io, un non professionista della politica, sarei ben presto stato assimilato a una categoria alla quale ancora sento di non appartenere».
Sono giorni difficili, per Genova e per il suo sindaco, che martedì pomeriggio è stato strattonato e insultato durante il consiglio comunale, costretto a uscire scortato dalla «sua» aula. Lo sciopero selvaggio dei dipendenti dell’Azienda municipale dei trasporti ferma la città. La loro protesta contro l’ipotesi della privatizzazione fa emergere le contraddizioni di una giunta nata dalla vittoria di un fronte molto, forse troppo eterogeneo, dove speranze e convinzioni personali spesso devono cedere il passo alla brutale realtà. Alla fine il sindaco ha deciso che i privati entreranno nel trasporto locale, ma ha rinviato la scelta a dopo il 2014.
Marco Doria ha sempre confidato su un tratto austero che gli deriva dai cromosomi, creandosi fama di anti-personaggio, nostalgico del vecchio Pci, costretto solo dagli incarichi istituzionali a comprare il primo telefonino della sua vita, alla tenera età di 56 anni. Non è bastato. «Da quel lontano giorno delle primarie ho capito che a molta gente non interessa conoscere la persona, a valutarla da quel che fa. Il sindaco, per loro, diventa soltanto il catalizzatore della rabbia, il rappresentante più visibile di una categoria di nemici».
Se l’aspettava così dura?
«Ci sono cose che non avevo previsto. L’aggravarsi della crisi ha complicato tutto. Quando sono stato eletto, l’allora premier Mario Monti parlava di luce in fondo al tunnel. Forse si riferiva a un treno in arrivo. C’è in giro una disperazione cupa, aggressiva».
La crisi non è anche un alibi che maschera difficoltà politiche?
«Le condizioni della finanza locale sono critiche. Non abbiamo soldi. Questo balletto sull’Imu è indecente. Ancora non sappiamo su quante risorse possiamo contare per il 2013. E siamo alla fine di novembre».
La sorpresa più grande?
«Non potevo immaginare quanto la figura del sindaco sia un catalizzatore di aspettative. O meglio, non conoscevo l’intensità di tale sentimento, che oscilla facilmente dall’amore all’odio. È una altalena che mette a dura prova».
Il partito dei sindaci non se la passa bene.
«Paghiamo tutti uno scarto brusco tra la corsa al potere e la sua gestione. Non cerco alibi, ma insomma, di questi tempi la realtà è davvero brutale».
Non è che avete creato qualche illusione di troppo?
«In campagna elettorale si suscitano aspettative, questo è un dato di fatto. Ma io sono stato molto prudente, il più possibile realistico».
Qualche suo collega è spesso accusato di populismo.
«Lo detesto, il populismo. Penso che in un momento storico come questo sia pericoloso. Comunque tra noi sindaci esistono molte differenze».
La più evidente?
«Io e Giuliano Pisapia abbiamo vinto da indipendenti le primarie del centrosinistra, come Fassino, all’interno del Pd. Federico Pizzarotti, Leoluca Orlando e Luigi De Magistris hanno seguito un altro percorso, spesso in opposizione al candidato del centrosinistra. In fondo condividevamo solo una certa spinta al cambiamento».
Mai stato tentato dalla lista dei sindaci?
«Non ci ho mai creduto. Non mi interessa. Un progetto estraneo alla mia cultura».
Come giudica il recente assedio al consiglio comunale?
«Hanno attaccato una istituzione democratica. Pura prevaricazione. Una prepotenza inammissibile. Il mio è un giudizio politico».
Dica la verità: quanto le fa orrore l’idea di privatizzare un’azienda pubblica?
«Non ho un approccio ideologico di demonizzazione del privato. Siamo reduci da anni dove tutto il pubblico sembrava inefficiente, da ridurre ai minimi termini. Adesso c’è una inversione di tendenza. Io cerco di superare questa contrapposizione astratta. Decido un caso alla volta».
Rimandare la decisione sui trasporti al 2014 non è darla vinta a chi ha fatto la voce grossa?
«Non esiste un veto a priori. Non deciderò mai in base all’ideologia e alle prepotenze altrui».
Si chiede mai chi glielo ha fatto fare?
«Ogni tanto. La mia vita personale è decisamente peggiorata. Volevo essere utile, per spirito di servizio. Non avevo messo nel conto questa amarezza, questa rabbia che non fa distinzioni, che non tiene conto dei comportamenti delle persone. Ma io ci credo ancora. Sono obbligato a crederci, per il ruolo che rivesto».
Marco Imarisio

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