L’Italia ancora «sotto osservazione»

ROMA — La mossa con cui, all’inizio di questa settimana, l’agenzia internazionale Standard & Poor’s ha messo sotto osservazione il rating delle Generali per la sua esposizione sui titoli di Stato italiani è un campanello di allarme che, presso la commissione europea e la Bce, non smette di suonare. Le vibrate proteste con cui il giudizio è stato accolto nel nostro Paese, con l’accostamento a un’altra decisione, quella con cui Deutsche Bank, nella primavera del 2011, vendette su larga scala i titoli di Stato italiani, dando avvio alla speculazione, non bastano a cancellare l’impressione che il Paese sia tornato sotto osservazione. Tutto questo proprio mentre la Spagna viene invece promossa dalla stessa Standard & Poor’s, che ieri ne ha rivisto il giudizio da «negativo» a «stabile».
«L’Italia ha di fronte la stabilità del cimitero?» ha attaccato di recente il Wall Street Journal riportando l’analisi dell’economista della Deutsche Bank, Gilles Moec, secondo cui siamo «l’unico Paese del Sud Europa che non ha visto nessun miglioramento significativo della sua posizione competitiva dall’inizio della crisi globale». Eppure lo stesso articolo ammette che «la stabilità ha avuto l’effetto desiderato sui mercati»: i rendimenti sui titoli decennali sono scesi fino al 4,08% (livelli che non si vedevano dal 2010) e lo spread rispetto ai bond tedeschi è sceso ad appena 2,3 punti percentuali, contro i 3,4 dopo le elezioni. Peccato che il quadro politico appaia ora più incerto.
Anche per questo la situazione del debito italiano è monitorata con attenzione. Il segnale di inaffidabilità, lanciato da Standard & Poor’s ai mercati, ha una ricaduta evidente sulle banche italiane che di titoli pubblici ne hanno sottoscritti per 421,7 miliardi di euro. Banche che nel 2014 dovranno sottoporsi allo stress test europeo, motivo per il quale il governo ha deciso la rivalutazione delle quote di capitale da esse detenute in Banca d’Italia, in modo da accrescerne la patrimonializzazione. L’appuntamento degli stress test spingerà le banche a ridurre il loro portafoglio in titoli di Stato italiani a breve. Ma secondo Maria Cannata, responsabile del Tesoro per la gestione del debito, questa diminuzione verrà compensata con un ruolo crescente degli investitori istituzionali «da tutte le aree del mondo». Sempre che il nostro Paese risulti affidabile e si attenga all’impegno di ridurre il debito, ora al 133% del Pil, l’anno prossimo assicurando un aggiustamento strutturale di almeno lo 0,5%.
Su questo punto il nostro Paese è stato richiamato in occasione dell’esame, da parte dell’Ue, della legge di Stabilità da parte del commissario agli Affari economici, Olli Rehn. Una tirata d’orecchie che il governo ha sofferto molto, a giudicare dalla reazione a caldo del premier Enrico Letta. Nella manovra non potevano comparire (e non compaiono) i risultati di alcune operazioni da cui il governo si aspetta molto, come l’accordo con la Svizzera sul rientro dei capitali o la stessa rivalutazione delle quote di Banca d’Italia che produrrà nuove entrate. Per questo Letta ha reagito accelerando su due altri dossier che erano in via di preparazione: la spending review e le privatizzazioni.
Sulla prima i risultati non si vedranno prima di febbraio, ha spiegato il commissario Carlo Cottarelli, chiamato a presentare con la massima urgenza l’esito di una prima ricognizione. Più efficace è apparsa la mossa sulle privatizzazioni con la pubblicizzazione dell’elenco delle aziende da dismettere per 12 miliardi. I primi passi sono già stati mossi: la quota di Terna detenuta da Cassa depositi e prestiti è passata in Cdp Reti, la scatola che sarà in parte privatizzata. Di più al momento il governo non può fare.
Ma c’è un altro passaggio stretto alle viste: i dati del quarto trimestre 2013 del Pil, determinanti dopo che nel terzo il prodotto interno lordo è diminuito dello 0,1%. Il Tesoro attende con trepidazione che sulla crescita si colgano i segnali positivi del pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione: 24,4 i miliardi messi a disposizione fino a ieri.
Intanto Letta assicura che l’Italia è un Paese affidabile e guarda con sollievo alla Francia che non ha subito attacchi speculativi dopo il declassamento di Standard & Poor’s. Ma soprattutto promette di attuare «le riforme economiche in applicazione della legge di Stabilità e capitoli nuovi» di cui parlerà con i partiti cui chiederà «una nuova fiducia», dopo le primarie del Pd l’8 dicembre. Ma anche questo in Europa è considerato un rischio: c’è il timore che l’assetto che si sta determinando, con un premier schiacciato in mezzo a Matteo Renzi (Pd) e Angelino Alfano (Ncd), possa costituire una camicia di forza ancora più stringente delle larghe intese che finora hanno rallentato le riforme. Senza dire che entrambi i segretari spingono per una posizione di maggior affrancamento dall’Europa che Letta ha già cercato di prevenire cominciando a contrastare il rigorismo teutonico.
Antonella Baccaro


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