“Berlusconi è un corruttore ha dato soldi ai testimoni per mentire sul caso Ruby”

MILANO. DA IERI mattina i guai prodotti dall’abuso di potere di Berlusconi sono diventati molto più espliciti: è l’autunno dell’Egoarca, e non sembra esserci più rimedio per l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Si legge un avverbio, è «gravemente». Per i giudici di Milano i dubbi sono pochi e le prove sono tante.

BERLUSCONI, questo dice la quinta sezione penale, ha tentato di inquinare i processi che riguardavano Ruby Rubacuori. Ha pagato o manipolato i testimoni. Voleva raccontassero in aula una montagna di bugie, quindi la procura deve intervenire su quest’uomo – attenzione – «gravemente indiziato». Deve procedere – e il fascicolo toccherà al procuratore aggiunto Ilda Boccassini per i reati di corruzione giudiziaria, per rivelazione di atti segreti, per falsa testimonianza. E deve coinvolgere nell’inchiesta penale le varie pedine, avvocati compresi, che l’ex presidente del consiglio ha sacrificato e sta sacrificando nella sua partita, disperata e perdente.
TRENTATRÈ INDAGATI
I tre condannati di ieri rappresentano «il passato». Si spiegano i sette anni sia il «burattinaio» Emilio Fede, sia il suo «compare» Lele Mora, perché «intrattenevano rapporti finalizzati a selezionare e procurare» come dicevano, nel linguaggio criptico, «i programmi», e cioè le ragazze, «che piacevano» al produttore, cioè a Berlusconi. I giudici condannano a cinque anni Nicole Minetti, l’ex consigliere regionale, «favoreggiatrice della prostituzione altrui», e molto attiva su vari fronti, spogliarelli compresi, per un mix di «fiducia-amicizia-interesseamore (?)» verso Berlusconi. Ma tutto ciò che li riguarda è stra-noto, già esaminato: quello che importa di più di questa sentenza è il futuro, perché manda in procura «gli atti» che riguardano 33 persone.
E a parte Berlusconi, «l’utilizzatore finale del sistema prostitutivo», ci sono ben tre avvocati, e cioè Niccolò Ghedini, Pietro Longo, Luca Giuliante. Poi diciannove ragazze, che hanno preso soldi e si sono «vendute» al cliente, ma l’hanno negato in aula. Nonostante le sei testimoni delle feste a luci rosse siano state esplicite, ci sono persone, dal giornalista Carlo Rossella al cantante di strada Mariano Apicella, che sembravano vivere ad Arcore con il paraocchi. Un quartetto, infine, composto da Ruby, il suo povero papà, il convivente Luca Risso, la sua ex fidanzata Serena Facchineri, che «fiutano » l’affare e bussano a quattrini.
I FALSI TESTIMONI
La versione «cene eleganti» si è già sgretolata nelle aule dei due processi innescati da Karima El Mahroug detta Ruby. Ma è in quest’ultimo, sul «sistema prostitutivo di Arcore», le ragazze hanno potuto parlare di più. In che modo? Tantissime, nonostante il vocabolario da favelas, usavano la ricercata espressione «cene conviviali». Dicevano bugie simili, ma ogni volta che si entrava nei dettagli, notano i giudici, si contraddicevano. Ioana Visan, detta Annina, dimenticando di dover parlare di «burlesque», ha detto «Pigalle», e, ignorando che fosse un quartiere di Milano, lo descriveva come «un balletto molto carino». Per Barbara Faggioli il bunga bunga diventa «un salottino ». Però, come s’è lasciata sfuggire una, ballavano «rimanendo in intimo, cioè reggiseno e mutande». Dov’è dunque l’eleganza berlusconiana?
QUEI SEIMILA EURO
Roberta Bonasia, la porno-infermiera spedita da Lele Mora anche in Sardegna, è una che «nega di aver mai dormito ad Arcore e di aver ricevuto denaro». I giudici in poche pagine distruggono radicalmente, e senza scampo, la sua versione fasulla. E siccome notano che, come lei, nessuna ragazza affronta davanti al collegio il binomio sesso&denaro, ricordano una sfilza di parole pronunciate lontano dall’aula giudiziaria, sotto intercettazione: «Cinque, più quell’altri mille, quindi sei», diceva una, soddisfatta del compenso. Molto più di Marysthelle Polanco, finita al ribasso: «(Berlusconi) mi ha abbassato di mille euro, cavolo, mi sta dando 4mila, ultimamente».
«Amò, io non voglio andare là gratis», dice Iris Berardi a Aris Espinoza, che risponde: «Lo so, amò, nessuno». E siccome «c’era poca benzina», tante vogliono fermarsi per la notte, perché quella è – parole di Nicole Minetti – «la botta grossa».
LE PARTI CIVILI
Berlusconi, che appare come «il mattatore » delle serate hard, in realtà viene costantemente munto. Queste diciannove lo sanno bene: ma mentono nonostante siano smentite anche da varie testimoni dirette. Tra le quali le parti civili Ambra Battilana, Chiara Danese e Imane Fadil. La loro sofferenza, per essere entrate in quel tipo di serata («Dobbiamo darla?»), è evidente ai giudici, che infatti prevedono un «riconoscimento del danno », da liquidarsi in sede civile da parte dei tre condannati.
Tante frasi restano dello stile delle serate: «Roba sana, roba di prima qualità», così definiva Mora le giovanissime Ambra e Chiara, che Berlusconi chiamava a sua volta «bambine». Quanto a Fede, i giudici lo bacchettano per come, uno come lui, parla della sua amica Imane Fadil: «Vorrei fargli capire che non è la mia donna, capito? Frega un cazzo a me, hai capito?», perché tutto fa brodo per servire Berlusconi.
LE DATE DI RUBY
È in questo contesto («il puttanaio»), che arriva Ruby: la quale, secondo l’ex direttore del Tg4, «puzzava di lepre». Ma, stando ai giudici, sapeva fare i conti, visto che, in una telefonata a Luca Risso, parla di «Gesù» (Berlusconi) e della sua capacità economica, che gli avrebbe permesso «di pagare persone per smentire». Una frase utile ai magistrati: «l’intera vicenda – scrivono – può trovare spiegazione solo se finalizzata ad occultare la vera natura delle relazioni intercorse tra Karima e l’ex premier». Anzi, ripercorrendo le tante bugie dell’ex minorenne scappata di casa, spiegano che «in un diverso sistema processuale – si legge così nella sentenza firmata Annamaria Gatto, Manuela Cannavale e Paola Pendino – la condotta serbata in udienza dalla teste sarebbe ritenuta oltraggio alla corte». In America, insomma, Ruby sarebbe già dietro le sbarre. Da sola?
AVVOCATI O COMPLICI?
«Le motivazioni della sentenza Ruby bis per quanto attiene l’asserita attività di inquinamento probatorio, sono totalmente sconnesse dalla realtà e dai riscontri fattuali», contrattacca ieri il tandem difensivo Ghedini-Longo. Ma promuove ancora una linea difensiva, appiattita sul ritornello «sono solo cene eleganti», che è già stata sconfitta. Infatti, i giudici ricordano che il 14 gennaio 2011 Barbara Faggioli, fedelissima di Berlusconi, fa partire una catena di convocazioni: «Mi ha chiamato il presidente adesso, da un numero sconosciuto, eh (…) siccome lui ha un incontro con gli avvocati».
Questa convocazione di ragazze sottoposte a perquisizione era per il pubblico ministero Antonio Sangermano «un’anomalia». Per i giudici – visto che non c’è un verbale, ed è stato un incontro collettivo di testimoni, che poco dopo cominciano ad essere pagati con almeno 2mila 500 euro al mese – comunque non «non può essere ritenuta (…) legittima o rientrante nei diritti della difesa (…)». Anzi, «è un fatto illecito. Un inquinamento probatorio».
QUANDO RUBY PARLÒ
C’è un terzo avvocato a rischio. Ruby, ancora minorenne, tra il 6 e il 7 ottobre 2010, viene convocata Milano da Luca Giuliante, penalista e politico di Forza Italia. Anche qui, zero verbali. Zero rispetto delle procedure. E una decina di giorni dopo, ecco Nicole Minetti che chiama Marystele Polanco: «’sta stronza della Ruby (…) ci ha sputtanato (…) vado da quello che la segue», e c’è – dice a Fede «da mettersi le mani nei capelli». Tutto questo ben prima che il 28 ottobre Repubblica renda nota l’espressione più cliccata del 2010, «bunga bunga». Questi i fatti e, adesso, come insegnava Giovanni Falcone, «Follow the money», segui il denaro: può fare e far fare altrimenti il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati, a Milano?


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