Economia, riforme e carceri. Il banco di prova del premier

Letta vorrebbe aspettare il congresso del Pd, e dargli torto è impossibile. Una fiducia incamerata prima di quella data sarebbe di quelle a brevissima scadenza. Appena pochi giorni dopo, con un nuovo leader alla guida del solo grande partito che sostiene il governo, tutto sarebbe da rifare, Renzi avrebbe le mani libere, l’incidente di percorso sarebbe dietro l’angolo. La fiducia concessa dal Pd con Renzi già segretario renderebbe invece molto difficile, per il sindaco-discolo negare almeno una prima e corposa fase di sostegno al governo.
Per motivi uguali e opposti, Forza Italia chiede invece, come ha fatto ieri Brunetta, che il voto di fiducia sia fissato subito, in modo da impegnare il meno possibile Renzi, nella cui scarsa affezione per l’esecutivo i forzisti non hanno mai fatto mistero di sperare. Non più di tanto, per la verità. Loro per primi sanno che la crisi in gennaio, con annesse elezioni primaverili, se non è proprio un miraggio poco ci manca. Se capitasse tanto meglio, ma la rotta considerata la più probabile prevede un anno di opposizione, la demolizione del «centrino» di Alfano alle europee, l’offensiva finale con la prossima legge di stabilità e infine una coalizione con Forza Italia egemone, tre partitini satelliti, (tra cui quello di Angelino il Giuda) e quasi certamente la principessa Marina candidata.
Perché questa strategia funzioni è necessario che la nuova legge elettorale sia rigorosamente bipolarista ma anche che le europee mettano in ginocchio il Ncd. Tra gli obiettivi della verifica questo è uno dei principali e forse il principale in assoluto: mostrare e dimostrare che la nuova maggioranza è fortemente caratterizzata dal Pd, e che all’ex delfino spetta il poco gratificante ruolo di ruota di scorta. Quando Brunetta tuona contro la richiesta di calendarizzare il «passaggio parlamentare» del governo dopo il congresso del Pd («Il premier antepone le vicende interne del Partito democratico ai suoi doveri istituzionali») lo fa in buona parte proprio per fissare nella mente degli elettori di destra l’immagine di un Alfano succube dell’odiata «sinistra».
Non a caso Alfano è rimasto ieri a lungo in silenzio. Intorno a lui si sta chiudendo una trappola, e non può non rendersene conto. In qualsiasi data si verifichi il passaggio parlamentare, Enrico Letta, squadernando il suo nuovo programma, dovrà rivolgersi al Pd di Matteo Renzi. Dunque dovrà tirare in una direzione diversa da quella auspicata da Angelino l’Alleato. E’ vero che quest’ultimo, come ha ricordato due giorni fa con massimo fragore, dispone dei voti sufficienti per far cadere il governo. Ma è anche vero che, una volta insediatosi Renzi, la minaccia perderà parecchia forza, dal momento che per il fiorentino una simile eventualità sarebbe un invito a nozze più che uno spauracchio.
Il programma sarà il vero banco di prova per Letta nel dibattito sulla fiducia. Oltre che sull’economia, punterà sui tre punti che stanno particolarmente a cuore al Colle: le riforme istituzionali, che però sono già considerate da tutti una missione (quasi) impossibile, la nuova legge elettorale (fronte sul quale dovrà subire l’offensiva di Berlusconi, Grillo e dello stesso Renzi a favore di un sistema fortemente bipolarista) e l’intervento sulle carceri (in concreto l’amnistia) che il Quirinale intende a tutti i costi portare a casa prima che, in maggio, scatti la procedura europea. In teoria dovrebbe essere il capitolo di gran lunga più ovvio e pacifico nell’agenda del presidente. Ma l’Italia è l’Italia, un Paese dove la parola amnistia non richiama alla mente decine di migliaia di persone costrette a vivere in condizioni che l’Europa giustamente considera una tortura ma solo il volto di Silvio Berlusconi. Non sarà facile riuscici neppure per Giorgio l’Onnipotente. E su quel fronte si troverà come principale alleata proprio Forza Italia.


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