Energia: L’Europa a corrente alternata

Mentre c’era chi protestava e chi festeggiava, la Commissione europea ha reagito con una semplice frase al progetto del Regno Unito di costruire nuove centrali nucleari: la politica energetica è di esclusiva competenza degli stati membri. Così è previsto nei trattati europei. Gli stati sono liberi di ottenere la loro elettricità dalla fissione nucleare, dal gas, dal carbone, dagli impianti eolici o dai pannelli solari. Nella sua qualità di custode dei trattati, la Commissione non ha voce in capitolo. In ogni modo la notizia non ha stupito nessuno a Bruxelles. Dopo tutto da tempo i britannici avevano fatto capire che volevano tornare al nucleare per lottare contro il riscaldamento climatico. La discussione è chiusa.

Ma questa è solo una parte della verità. Infatti i britannici vogliono sovvenzionare la costruzione di centrali atomiche e di conseguenza il commissario europeo alla concorrenza dovrà occuparsi di questi progetti. Tuttavia la Commissione e il commissario all’energia, Günther Oettinger, hanno perso una buona occasione per intervenire. L’Unione europea deve rapidamente lanciare un dibattito su una migliore armonizzazione delle politiche energetiche in Europa. Alla luce delle transizioni energetiche nel Regno Unito e in Germania, è venuto il momento di mettere in pratica gli impegni presi in favore di una maggiore europeizzazione delle politiche energetiche.

Questo non significa però affidare la sovranità energetica alle istituzioni europee. Nonostante il progressivo aumento delle competenze dell’Ue, le politiche energetiche devono rimanere nelle capitali, e questo per diverse ragioni. In primo luogo la politica energetica interessa la sicurezza. La dimostrazione migliore la fornisce Vladimir Putin, che fa continuamente ricorso al rubinetto del gas. Possiamo prevedere che il presidente russo si servirà di nuovo di questa arma se l’Ucraina dovesse avvicinarsi troppo agli europei in novembre a Vilnius, in occasione del vertice del Partenariato orientale. La fornitura energetica dell’industria e dei privati è troppo importante per essere affidata a mani straniere, cioè a Bruxelles – almeno finché non esisterà una politica di sicurezza comune in Europa.

In ogni modo la concorrenza dei sistemi e il dibattito sul migliore mix energetico possono avere delle conseguenze positive. In linea generale la Commissione controlla che questa concorrenza non sia falsata da sovvenzioni troppo generose. Ma perché l’Ue dovrebbe obbligare i britannici a scegliere la via tedesca – l’uscita dal nucleare – che a Londra è considerata ingenua e costosa? E perché l’Ue dovrebbe costringere i tedeschi a scegliere la soluzione britannica – il rilancio del nucleare – che a Berlino considerano ingenua e rischiosa? Il tempo ci dirà se l’energia eolica e solare ci porteranno quella sicurezza di approvvigionamento e quei posti di lavoro previsti dall’economia “verde” o se l’industria finirà per trasferirsi nerl Regno Unito. O se sarà invece la Polonia ad aver fatto la scelta migliore con la sua controversa decisione di avviare l’estrazione del gas di scisto. Tre modelli che peraltro permettono di ridurre le emissioni di gas a effetto serra.

L’Ue cerca di stabilire nuovi obiettivi per ridurre le sue emissioni di CO2 e accrescere la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili entro il 2030. Ma i disaccordi tra i paesi membri rischiano di compromettere questo sforzo.

Nessuno è un’isola

Ma perché allora dovremmo ridurre questo numero di soluzioni? Per due ragioni. La prima è che i paesi europei – compreso il Regno Unito – non sono più delle “isole energetiche”. Nonostante tutti i difetti della rete europea, oggi gas ed elettricità valicano le frontiere quasi senza ostacoli, prendendo spesso strade tortuose per andare da un punto A a un punto B. Per esempio lungo il tragitto Stoccarda-Parigi solo un quinto dell’elettricità prende la strada più diretta – il resto fa giri più complicati attraversando paesi terzi. In altre parole la rete è già europea. Una visione puramente nazionale della politica energetica è ormai acqua passata.

Inoltre le iniziative individuali non sono prive di conseguenze, come ha mostrato l’esempio della transizione energetica in Germania. L’uscita dal nucleare e il conseguente sviluppo dell’elettricità verde ha pesanti ripercussioni sui paesi vicini. Oggi durante i picchi di produzione importanti volumi di elettricità verde sono trasferiti sulla rete olandese, polacca o ceca perché la rete tedesca non è in grado di assorbirli. L’installazione di sfasatori potrebbe rimediare a questo problema, ma questo significherebbe la fine del mercato energetico interno. Probabilmente la Germania non vorrà fare questa scelta, tanto più che in futuro dovrà a sua volta importare corrente durante i picchi di consumo in occasione dei periodo poco soleggiati o poco ventilati. Questa elettricità potrebbe anche provenire dal nucleare francese ed è per questo motivo che l’uscita totale dal nucleare rimane una pia illusione.

La concorrenza nel mercato interno dovrebbe far scendere i prezzi del gas e dell’elettricità. Ma il mercato interno ha anche il compito di migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento e di rafforzare l’indipendenza nei confronti dei paesi non Ue. Per questo motivo l’Ue dedica parte dei suoi fondi pubblici alla costruzione di collegamenti interni, per esempio nei paesi baltici che sono dipendenti dalla Russia. Su questo punto la necessità di un migliore coordinamento su scala europea si spiega anche da un punto di vista della sicurezza. Gli stati membri che oggi non riescono a fare fronte comune nei confronti di paesi come la Russia sulla questione della fornitura di gas dovrebbero fare attenzione a non compromettere la stabilità dell’approvvigionamento energetico attraverso un cattivo coordinamento delle loro transizioni energetiche.

Traduzione di Andrea De Ritis


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