Esplode la rabbia, anti tasse

Oltre ai «rossi» (in ironico ricordo del copricapo che i bretoni indossarono per protestare nel 1675 contro la tassa sul bollo di Luigi XIV, che aveva bisogno di denaro per fare guerra all’Olanda), ci sono i «berretti verdi» (a favore dell’eco-tassa ma contro l’aumento dell’Iva sui trasporti pubblici), i «berretti arancioni» (proprietari di centri equestri, contro l’Iva), i «sacrificati» (artigiani contro l’aumento dell’Iva).
Negli ultimi mesi sono scesi in campo i «pulcini» (auto-imprenditori) e i «tacchini» che ieri hanno animato lo sciopero nelle scuole materne e elementari. Protestano contro la riforma dei ritmi scolastici, sulla quale tutti sembravano d’accordo prima che fosse varata (alleggerisce l’orario quotidiano, in cambio dell’abolizione della vacanza del mercoledì). Poi ci sono i «tacchini bis» (frontalieri che lavorano in Svizzera e non vogliono farsi «piumare» dal fisco di Hollande), le «api» (assicuratori anti-tasse), le «pecore» (lavoratori indipendenti anti-tasse), i «dodo» (taxi contro macchine con autista in affitto), le «cicogne» (ostetriche). E poco importa che i movimenti di protesta siano contraddittori: i «berretti rossi» contro l’eco-tassa sui camion, per esempio, sono in maggioranza agricoltori e allevatori, che vogliono pagare meno imposte ma poi chiedono le sovvenzioni di Bruxelles all’export, che verranno abolite da gennaio e che sono pagate grazie alle tasse. Quasi ogni volta, il governo oscilla, fa marcia indietro, promette «sospensioni» dell’eco-tassa, ripensamenti, dando l’impressione di non sapere veramente dove sta portando il paese. Nei fatti, Hollande, sotto la pressione di Bruxelles, ha scelto una politica liberista dell’offerta, ma non ha mai avuto il coraggio di dichiararlo e difenderlo pubblicamente.
In poche settimane, la situazione è degenerata. Il clima è molto teso. Hollande è stato contestato persino sugli Champs Elysées, l’11 novembre, in occasione della commemorazione della fine della prima guerra mondiale. In testa alla contestazione c’erano dei gruppi di estrema destra, ma non solo. La fronda sta raggiungendo anche i pubblici ufficiali: una quarantina di sindaci (di destra) non intende applicare la riforma dei ritmi scolastici, che è ormai legge. I sindacati sembrano non avere più presa e anche loro si sono messi a correre dietro alla contestazione anti-tasse: in Bretagna, i lavoratori però hanno preferito manifestare con il padronato, invece di partecipare al corteo parallelo organizzato dalle centrali sindacali. Anche il Front de Gauche, che non è riuscito a canalizzare lo scontento, adesso si mette a rincorrere la confusa rivolta anti-tasse: il 1 dicembre ci sarà una marcia anti-Iva, a cui parteciperanno Jean-Luc Mélenchon e il Pcf. La spiegazione è che sono i lavoratori a pagare, mentre Hollande aveva promesso di combattere gli eccessi della finanza. «Da una parte, contestazioni di ogni tipo, dall’altra la capacità crescente delle destre di stimolare e inquadrare queste contestazioni. – sostiene il politologo Gaël Brustier su Libération – L’immaginario collettivo, le rappresentazioni sociali sono passati a destra. La destra è ormai in una situazione di dominio culturale».
A 18 mesi dall’elezione che aveva suscitato speranza anche al di là della Francia, François Hollande è contestato da tutte le parti, ha un indice di gradimento intorno al 24%, un sondaggio lo dà addirittura al 15%, un record al ribasso mai raggiunto da nessuno. Anche nel Ps aumentano le voci a favore di un rimpasto governativo, per un cambiamento di primo ministro. Jean-Marc Ayrault perde di ora in ora credibilità e autorità, ma un nuovo governo potrebbe non avere abbastanza fiato per imporsi. La destra dell’Ump è a pezzi, esaurita in una guerra tra capi e capetti, con Sarkozy in agguato che intende tornare in campo. L’estrema destra ne approfitta, è in crescita. Ci sono due scadenze elettorali vicine: le municipali a marzo e le europee a fine maggio. Giusto due giorni fa Marine Le Pen e l’olandese Geert Wilders, paladino anti-islam, hanno sancito a L’Aja un’intesa politica per arrivare ad avere un gruppo anti-Europa nel prossimo parlamento Ue.
Un rapporto confidenziale dei 101 prefetti di Francia, rivelato da Le Figaro ieri, è allarmante: porta la data del 25 ottobre, descrive una società «in preda al nervosismo, all’esasperazione, alla collera». La rabbia, dalla Bretagna si estende alle altre regioni. «Il fisco è diventato il principale motore di contestazione dell’azione governativa» scrivono i prefetti. Nel paese si insedia «un clima doloroso» e un «sentimento di impotenza». I prefetti concludono: «Questo misto di scontento latente e di rassegnazione si esprime esplodendo in una successione di crisi di rabbia improvvise, quasi spontanee». In questo contesto, anche il razzismo si manifesta a viso scoperto, come nel caso delle ingiurie alla ministra della giustizia, Christiane Taubira. In questo caso, almeno, la politica ha reagito unanime, condannando il settimanale di estrema destra Minute e la sua prima pagina che la paragonava a una scimmia. Taubira è stata il bersaglio privilegiato delle manifestazioni, la primavera scorsa, contro il matrimonio per tutti, una delle poche promesse mantenute da Hollande. È in questa occasione che i movimenti di estrema destra si sono fatti le ossa e hanno acquisito visibilità, contestando il potere in nome dell’identità nazionale e tradizionale, con tutto quello che comporta (razzismo, attacchi anti-immigrati). Il caso di Leonarda, la ragazzina rom espulsa mentre era in gita scolastica, a cui un salomonico Hollande ha promesso il ritorno, ma da sola, senza la famiglia, ottenendo un netto rifiuto in diretta tv, ha scatenato reazioni anti-rom, ormai alla luce del sole. L’ambiguità del governo ha fatto il resto anche su questo fronte: il ministro degli interni, Manuel Valls, aveva affermato che i rom hanno abitudini di vita troppo diverse per potersi integrare.
Il terreno su cui sono cresciuti scontento e sfida è quello della crisi economica, che dura ormai da 6 anni. Ieri, i dati sul terzo trimestre di quest’anno hanno segnalato un calo del Pil dello 0,1%, dopo una ripresina a +0,5% nel secondo trimestre. L’Insee (l’Istat francese) ha confermato che la disoccupazione è salita dello 0,6% nel 2012 sul 2011 e dell’1,8% per i giovani fino a 24 anni (26% di senza lavoro). Il tasso di povertà è in crescita (+0,3%), i salari diminuiscono (meno 0,7%, ma meno 1,1% per i giovani e per i senior), le «cattive condizioni di lavoro» sono cresciute del 6% in un anno. Ci sono almeno altri 50mila posti di lavoro a rischio in questo periodo, le chiusure di fabbriche si moltiplicano, mentre i rari successi del ministro del Rilancio produttivo, Arnaud Montebourg, passano quasi sotto silenzio. La promessa di Hollande di «invertire la curva della disoccupazione» entro l’anno, sembra ormai impossibile da mantenere.


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