Gay e perseguitato in patria? Diritto all’asilo nell’Unione Europea

BRUXELLES — L’orientamento sessuale personale può consentire ai cittadini extracomunitari la possibilità di chiedere asilo nei 28 Paesi dell’Ue. In particolare la Corte europea di Giustizia di Lussemburgo ha stabilito che l’omosessualità, se espone al rischio di persecuzione nel Paese d’origine, rientra tra le disposizioni della Convenzione di Ginevra e permette di ottenere lo status di rifugiato.
La sentenza degli eurogiudici è stata sollecitata dalla magistratura dei Paesi Bassi, che ha chiesto chiarimenti in seguito alla domanda di asilo avanzata da tre cittadini del Senegal, della Sierra Leone e dell’Uganda. La loro giustificazione scaturiva proprio dal timore di conseguenze persecutorie negli Stati d’origine a causa dell’orientamento sessuale. Nei tre Paesi africani gli atti omosessuali effettivamente risultano reati sanzionati con pene severe, che vanno da ingenti somme fino addirittura all’ergastolo.
Secondo l’organizzazione giuridica International commission of jurists, oltre 70 Paesi nel mondo avrebbero leggi che criminalizzano i cittadini sulla base del loro orientamento sessuale. Spesso sarebbero proibite specifiche attività intime tra persone dello stesso sesso. Secondo l’organismo umanitario Amnesty international la criminalizzazione degli omosessuali si starebbe aggravando soprattutto in Africa, dove 36 Stati avrebbero leggi punitive di rapporti intimi tra coppie dello stesso sesso. Alcuni paesi musulmani, come Iran, Afghanistan e Kuwait, l’omosessualità sarebbe ritenuta praticamente fuorilegge.
Giuridicamente la richiesta del tribunale olandese verteva sulla possibilità di poter considerare gay, lesbiche, transgender e intersex come appartenenti a un determinato «gruppo sociale». In questo caso scatterebbe la possibilità di chiedere asilo esattamente come quando la persecuzione scaturisce da motivi di razza, religione, nazionalità o opinione politica. In più la magistratura dei Paesi Bassi chiedeva se potesse bastare il collegamento con una pena detentiva per stabilire l’aspetto persecutorio in un ordinamento giudiziario extracomunitario.
La Corte europea di Giustizia ha sentenziato innanzitutto il diritto dei cittadini a non dover rinunciare al proprio orientamento sessuale, che viene considerato «una caratteristica fondamentale dell’identità» personale. Inoltre proprio l’esistenza di una legislazione penale sanzionatoria consente di equiparare gli omosessuali «un gruppo a parte» in quanto percepito dalla società circostante come «diverso». Ma gli eurogiudici ammoniscono a individuare una adeguata gravità nella punibilità, prima di concedere lo status di rifugiato agli extracomunitari. In sostanza l’esistenza di normative sanzionatorie non avrebbe rilevanza se in realtà non fossero applicate da lungo tempo.
Questo distinguo è stato subito contestato da Amnesty International e da altre organizzazioni di difesa dei diritti umani. «La Corte avrebbe dovuto constatare che queste leggi, anche quando non applicate recentemente, generano un evidente timore di persecuzione tra lesbiche, gay, transgender e intersex», ha commentato Livio Zilli della International commission of jurists.
I Paesi Bassi, che inizialmente avevano rigettato le richieste di asilo dei tre cittadini di Senegal, Sierra Leone e Uganda, hanno già modificato la loro normativa. Adesso fanno sapere di ritenerla in linea con la decisione appena emessa dagli eurogiudici, che diventa valida in tutti i 28 Paesi membri dell’Ue. Non è ancora chiaro, invece, come le autorità nazionali debbano verificare la dichiarazione di un particolare orientamento sessuale dei richiedenti asilo. La decisione in proposito della Corte di Lussemburgo non è attesa prima del prossimo anno.
Ivo Caizzi


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