LA DECADENZA NEL PALLONE

 E PERÒ Adriano Galliani sa che nell’impero che si sgretola Barbara è la Nemesi del ramo cadetto, la più vitale ma anche la più feroce e la più moderna, una Berlusconi “tendenza Veronica”. Perciò dice «ho perso la pazienza» e se ne va via come Alfano, ostentando la stessa disperata fedeltà: «Berlusconi sarà sempre il mio presidente». E non è una finzione poetica.
Dunque Barbara caccia via dal Milan, vale a dire da se stesso, il vecchio, sperimentato e popolare manager che ha amministrato bene il più efficace plastico del berlusconismo, riuscendo a realizzare nel calcio quel miracolo che a Berlusconi non è mai riuscito nella politica. Insomma Galliani non è Emilio Fede, che faceva la cresta sulla ricotta; non è Fini, che Berlusconi non sopportava più; non è Cicchitto, che veniva da un’altra vita. Galliani è il generale del pallone come Doris lo è delle banche, Confalonieri della tv, Adreani del marketing, Previti e Dell’Utri degli affari sotterranei, Gianni Letta della diplomazia. Sono i vecchi ponti verso il mondo che Berlusconi permette di bruciare ai falchi del suo nuovo cerchio magico e agli eredi che ormai si affrontano come felini, Barbara contro Marina, sorelle rivali con gli artigli in agguato.
Con le sue cravatte gialle di superstizione, la sua mimica da curva sud, la simpatica testa catodica che ricorda il suo passato di antennista, Galliani-Kojak è il Milan, con il quale ha vinto tutto quello che si poteva vincere, ma dal quale esce male, non perché Barbara sarà presidente, ma perché non lo rispetta — «il modo ancor mi offende» — e soprattutto perché non lo rispetta più neanche Berlusconi che non riesce a difenderlo se non in privato, di nascosto, come una specie di papà Goriot, come un nonno rimbambito: «Ormai nulla riuscirà a trattenermi. Sì, sono arrabbiato ».
Altro che decapitazione, altro che ghigliottina. Sempre più si capisce che la vera decadenza c’entra molto poco con quel voto al Senato. La decadenza è un romanzone politico e familiare, finanziario e sessuale, giudiziario e generazionale, una resa dei conti spietata che svela ogni giorno una volgarità, nuovi focolai di cancrena, antiche ferite che si infettano. Non i Buddenbrook che sono dissipazione mentre questa è deflagrazione, non i Warburg che sono innesto e rinascita, e neppure Dallas perché qui ci sono anche il calcio e la politica. Forse solo il collasso degli Uzeda di De Roberto somiglia al disfacimento di Berlusconi, corpo e pensiero si annebbiano e i figli dissimulano, proprio come Barbara: «Galliani è il mio maestro », «ho il privilegio di affiancarlo», «ho una sola guida, Galliani»… E chissà perché il professor Cacciari, laureandola al San Raffaele, non le ha spiegato che, con le blandizie e le lusinghe, non si vincono mai le guerre di successione.
Lo sfondo di De Roberto è il regno delle due Sicilie, mentre qui c’è Milano, che per la verità si è sempre negata ai Berlusconi, quella di Strehler e Spagnol, di Montanelli e Longanesi, di Umberto Eco e Inge Feltrinelli, dei Crespi e dei Moratti, di Jannacci e Gaber, dello stesso Bettino Craxi che lo usò per disprezzarlo sino alla fine quando da Hammamet gli si negava al telefono. Del resto si è sempre negata a Berlusconi anche la Milano di Abatantuono che pure è il capo spirituale, il simbolo, lo zar della tifoseria del Milan, l’unica squadra al mondo che esibisce l’antropologia del tifoso riluttante: «Milanista sì, ma democratico; sempre con la squadra, mai con il suo presidente». Ecco, Galliani era il rifugio di questo mondo, la connessione, il miracolo del manager bravo, leale e fedelissimo sia verso la squadra sia verso il suo padrone, fine mediatore nei rapporti tra club rivali, amico dei grandi del calcio europeo, dal Real Madrid al Paris Saint Germain… Galliani era la faccia popolare di Berlusconi che è sempre stato troppo sgargiante per Milano, troppo “cummenda”, che è la caricatura dalla quale tutti i milanesi vogliono scappare. E difatti è questo che hanno esposto ieri sera i tifosi: «Il Milan senza Galliani non è più il Milan, diventa Berlusconi».
C’era poi tra Berlusconi e Galliani, dal punto di vista calcistico, lo stesso rapporto che nella Juventus c’era tra l’avvocato Agnelli e Boniperti. Ebbene era chiaro a tutti che insolentire Boniperti sarebbe stato come insolentire Agnelli. Com’ è dunque possibile che una giovane donna, per quanto ambiziosa e aggressiva, possa maltrattare in questo modo un manager che si è coperto di gloria nel calcio?
È difficile che noi si possa condividere di Galliani qualche altra cosa che non si riferisca alle sue competenze e alle sue capacità calcistiche, ma certo non è così tra Galliani e Berlusconi. E voglio dire che Barbara qui conta pochissimo. Questa vicenda non svela lei, ma suo padre e il suo sistema di potere, i suoi affetti, la sua totale perdita di controllo. Sono infatti tante le figlie di papà che ambiscono a entrare nella stanza dei bottoni. E del resto ci sono tanti buffi guerriglieri, come la Santanché, Brunetta e Capezzone, che sono pronti ad approfittare della decadenza di un capo, dello sfascio di un sistema, della scomposizione dell’episteme berlusconiana che era fatta di mitologia e di valori, di patacche e di interessi finanziari, di politica e di persone fisiche. Anche quei falchi, come Barbara, sono solo pretesti, spie che rivelano, tic che tradiscono, piccoli dettagli che mostrano.
In questo senso Barbara è la falchetta che, insultando Galliani, non capisce di insultare innanzitutto suo padre, di accelerare, certo inconsapevolmente, la caduta rovinosa di un mondo, di un modello, e soprattutto di colpirlo nel suo punto più alto e più simbolico, perché, come quelle di Bennato non sono solo canzonette, così, nel calcio, c’è tanta ingegneria istituzionale e c’è la sapienza di governo e di scelta degli uomini, nei ruoli propri.
E per capire quanto Galliani in tutti questi anni sia riuscito dove Berlusconi ha fallito basta paragonare, che so?, il fantasioso e sorprendente Seedorf con le sgangherata creatività della Santanché, il “ringhio” leale e pulitissimo di Gattuso con il bau bau rancoroso di Brunetta, il carisma di Costacurta e la petulanza di Gasparri, il comando poetico di Maldini e gli afflati di ferocia di Bondi, la genialità di Van Basten e gli imbrogli di Tremonti, la sregolatezza di Balotelli e la garrulità di Formigoni, la saggezza di Kakà e la sventatezza della Carfagna, e pensate ai risultati terribili dei governi Berlusconi in faccia alla geometria coraggiosa di Sacchi, l’economia senza sprechi, l’arte del rigore, la scienza del calcolo … Se è vero che nel mondo di Berlusconi il calcio è stata la politica vera, e la politica una partita falsa, oggi Barbara non ha vinto contro Galliani, ha vinto contro suo padre.


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