Ma il vero popolo dei camion non è dentro la piazza fai da te

Silvio Berlusconi si è sfilato dalla partita perché gli è stato spiegato che i costi politici di un appoggio ai manifestanti sarebbero stati molti più onerosi dei benefici. Forza Italia avrebbe perso interlocuzione con le associazioni degli autotrasportatori e dei commercianti che contano veramente (ed elettoralmente). La seconda novità è venuta dalla Sicilia e segnatamente da Mariano Ferro, leader dei Forconi e «proprietario» del logo, che ha preso le distanze dalle azioni violente messe in atto fuori dall’isola e si è dichiarato d’accordo con il ministro Angelino Alfano sulla necessità di isolare gli esagitati. In questi giorni mentre l’occhio dei media documentava cosa avveniva nelle piazze e nelle piazzuole è proseguito dietro le quinte un intenso lavorìo che evidentemente qualche risultato lo ha prodotto. L’azione diplomatica tesa a depotenziare le agitazioni è stata possibile però perché il mondo degli autotrasportatori organizzati ha retto allo stress test del fermo proclamato dalle piccole associazioni rimaste fuori dall’intesa firmata con il governo.
Chi guardando a quanto è successo in questi giorni ha parlato di «rivolta» e «spallata» non sa che quando scende in campo il popolo dei Tir il Paese si blocca veramente, le autostrade diventano un rodeo e le merci non arrivano a destinazione. Fortunatamente non è accaduto niente di ciò. I blocchi e i tafferugli si sono avuti prevalentemente in città (Torino in primis ) quasi come forma sostitutiva del vero fermo dei Tir e in ambiente urbano la protesta ha raccolto consenso qua e là in segmenti sociali molto diversi tra loro. La dimostrazione sta nel fatto che in tre giorni, pur avendo usufruito di una larga copertura da parte dei media, i Forconi, originali o contraffatti che fossero, non sono riusciti a immettere in agenda una sola rivendicazione «sindacale», hanno solo espresso la loro contrapposizione frontale alla politica posizionandosi di fatto sulla stessa lunghezza d’onda del grillismo. Se guardiamo ai simboli si è imposta solo la bandiera tricolore, che in questo caso ha segnato, più che un’identità peculiare, una presa di distanza dal «rosso», colore che connota le manifestazioni guidate dai centri sociali.
Ieri si è mossa anche la Procura di Torino che ha deciso di procedere applicando il reato di «devastazione», dando così implicitamente una risposta alle denunce dei commercianti mobbizzati dai manifestanti perché non aprissero i negozi, e l’annuncio del tribunale è arrivato quasi in contemporanea con la notizia che oggi in città i mercati riapriranno. Colpisce caso mai come solo ieri sera a Pinerolo si sia sentita la necessità di una contro-mobilitazione da parte delle forze sindacali e associative per riprendersi la piazza e ristabilire l’equilibrio delle forze in campo. In fondo i Forconi hanno tentato di lanciare un’Opa sul profondo disagio sociale che scuote il Paese e chi si occupa professionalmente di rappresentanza dovrebbe sapere che certe battaglie si vincono giocandole e non trincerandosi dietro indignatissimi comunicati stampa. Detto questo il livello di attenzione non deve scendere. Si cammina comunque lungo un sentiero così stretto che assomiglia alla lama di un rasoio e la capacità di gestire gli avvenimenti deve restare elevata. La partita non è del tutto finita.


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