Rivalità e vendette tra due Islam dietro la tangentopoli della Turchia

by Sergio Segio | 20 Dicembre 2013 23:00

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Non un laico, espressione del vecchio establishment secolare, fedele alle idee di Ataturk. Quel che preoccupa Erdogan è un altro leader islamico-moderato, Fetullah Gulen, che partì per gli Usa nel 1999 perché inviso ai governi laici di allora.
Il predicatore Gulen sperava che con l’irresistibile ascesa di Erdogan, il suo movimento politico-religioso avrebbe avuto potere crescente. È stato così all’inizio. Ora tra Gulen e Erdogan è guerra. Da due anni, rapporti tesi. Poi, schermaglie sempre più velenose. Adesso il conflitto è aperto. Gulen non ha tollerato la decisione del governo di ridurre le scuole private, che sono le fondamenta sociali del predicatore.
La reazione allo sgarro (così viene ritenuto) è stata quindi durissima. In due giorni sono state arrestate — con pesanti accuse di corruzione — oltre 50 persone: tre figli di ministri in carica, cinque capi della polizia, alcuni uomini d’affari legati al partito di governo Akp. Un chiaro segnale di guerra aperta nel mondo islamico turco, diviso persino sull’aggettivo «moderato»: in quanto il movimento di Gulen si ritiene assai più tollerante e conciliante dell’intransigente Erdogan. Considerazioni e valutazioni discutibili, perché la rete del predicatore è una vera piovra: possiede e controlla scuole e università non solo in Turchia ma in tutti i Paesi turcofoni, nel Medio Oriente, in Asia e in Africa. Ha iniziato da anni una vincente operazione, conquistando seguaci in tutte le istituzioni della Repubblica, a cominciare dalla magistratura.
Erdogan, che all’inizio riteneva di aver trovato nel predicatore esiliato negli Usa un sostenitore, ora deve fare i conti con un avversario «interno» che, se potesse presentarsi come candidato alle elezioni, toglierebbe al premier una fetta dei suoi consensi. Il primo ministro, che già ha commesso gravi errori con la repressione avviata per il parco di Gazi e con il sostegno ai Fratelli musulmani egiziani, corre adesso il rischio più grave: ritrovarsi, nell’anno delle elezioni amministrative, ad affrontare l’incognita più insidiosa: una crisi tutta interna al suo stesso campo islamico-moderato.

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