Nel Pd è già scontro sul “job act” di Renzi

ROMA — Rompere i tabù sul lavoro, però non quelli che dice Renzi. La sinistra del Pd parte all’attacco. «Quel piano del segretario non va bene, perché non porterebbe a casa risultati. Ma per il bene del paese e per il bene del Pd dei risultati sull’occupazione vanno ottenuti nei prossimi mesi». È lo sfogo di Matteo Orfini, portavoce dei “giovani turchi”.
La bozza del Job Act renziano è quasi pronta; è all’ordine del giorno della prima riunione, il 3 o il 4 gennaio, della segreteria democratica del nuovo anno. Che,novità assoluta, questa volta dovrebbe riunirsi a Firenze. I “giovani turchi”, che sono la minoranza del partito, hanno scritto un documento contro il Job Act e lo hanno pubblicato sulla loro rivista Left Wing. Si conclude con un invito a «cambiare verso» — che è stato il tormentone della campagna elettorale di Renzi alla primarie — ma è un altro il verso. «Il Job Act annunciato da Matteo Renzi — scrivono — rischia di cadere nello stesso errore di molti interventi che lo hanno preceduto, per ultimo quello firmato da Elsa Fornero». Accusa pesante. Quindi, se «l’ipotesi di contratto di inserimento, va da un lato nella direzione giusta, dall’altro lascia almeno due fronti aperti: la copertura statale dei contributi per i primi tre anni non risolve il pericolo di ricircolo dei lavoratori». E poi c’è la riforma degli ammortizzatori sociali del tutto inadeguata. «Desta stupore che si immagini di sostituire quelli attuali con un sussidio di disoccupazione universale a parità di risorse». L’articolo 18 non è il principale dei problemi, neppure per la sinistra democratica, dal momento che una sospensione nella fase d’inserimento rende simile quel contratto di cui parla Renzi a un apprendistato rafforzato. Però la vera scommessa — sempre per i “turchi” — è contrastare il precariato rendendo universali i diritti alla tutela della malattia e della maternità, tassando di più il lavoro precario e consentendo incentivi fiscali quando si passa a un contratto definitivo.
Questo il merito. Ma è lo scontro politico a riaccendersi nel Pd. Il renziano Lorenzo Guerini ironizza sulla «critica preventiva» della minoranza democratica. «Aspettino la presentazione del Job Act e poi avanzino critiche e suggerimenti». Precisa che il piano sul lavoro del neo segretario ha le sue basi «nelle idee per lequali è stato votato alle primarie con una maggioranza schiacciante ». Insomma, Renzi andrà avanti. Anche se «ci saranno dialogo e confronto». Tanto a cuore sta il lavoro al sindaco che la prossima tappa del tour nel paese sarà il Sulcis Iglesiente, nella Sardegna piagata dalla disoccupazione.
Neppure al ministro del Lavoro, Enrico Giovannini piace la proposta renziana di contratto unico perché «non basta». Esprime dubbi. Rivendica l’incentivo introdotto per le imprese che trasformano il contratto a tempo determinato in indeterminato. Ricorda che la sospensione dell’articolo 18, cioè il reintegro nel posto di lavoro per chi è licenziato senza giusta causa, nei primi tre anni e quindi per i neo assunti, è stato già bocciato in passato. «Non sono le regole a fare da volano — rincara Stefano Fassina, il vice ministro all’Economia — bisogna cambiare la politica economica. L’occupazione dipendedal livello dell’attività produttiva ». Fassina sostiene di «aspettare Renzi» al varco delle soluzioni efficaci. A mettere nero su bianco il Job Act sono Marianna Madia, Filippo Taddei e Debora Serracchiani. «È indispensabile un salto in avanti sul lavoro, è su questo che dobbiamo puntare», è l’appello della “governatrice” del Friuli, Serracchiani. Contro Renzi sul sussidio di disoccupazione è anche la Fornero, l’ex ministro del Lavoro del governo Monti; spiega che costerebbe 30 miliardi estendere il sussidio di disoccupazione da 8 a 24 mesi, se permane la crisi economica.


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