Banca d’Italia, la riforma da riformare

I Trattati europei sono indifferenti su questo punto. L’indipendenza è garantita dalla governance, stabilita per legge. Attribuire a soggetti privati come banche, assicurazioni, fondazioni bancarie e fondi pensione le quote del capitale è una scelta politica. Criticabile, a mio modo di vedere. Criticabile non perché i quotisti possano influenzare l’azione della Vigilanza su di loro: non è mai accaduto quando i quotisti erano enti pubblici né quando, vent’anni fa, diventarono società per azioni privatizzate; non accadrà domani. La scelta è criticabile perché rafforza la tendenza storica della banca centrale a restituire allo Stato meno di quanto facciano, in proporzione, le altre grandi banche centrali dell’Eurozona. Se questa è la sostanza, di questo discuta il legislatore, avvalendosi dei contributi analitici di via Nazionale ma anche di altra fonte, prescelta dal governo e dal Parlamento.
Temo però che questa prima ipocrisia non sia più rimediabile. Qualcosa, invece, si può ancora fare per contrastare la seconda ipocrisia, che si esprime nel cosiddetto mercato delle quote, fonte di legittimità della loro rivalutazione. Secondo il decreto, la Banca d’Italia può rilevare temporaneamente le quote eccedenti il 5% del capitale, oggi in capo ai gruppi Intesa Sanpaolo, Unicredit e Generali, al fine di facilitarne la redistribuzione tra gli acquirenti potenziali. Le quote in eccesso, pari a circa il 55%, dovranno essere ricollocate entro 24 mesi, dopo di che subentrerebbe — non è detto esplicitamente ma questo si capisce — la Banca d’Italia.
Il meccanismo andrebbe meglio definito. Intanto non si capisce che mercato sia mai questo. Un mercato regolamentato? E da chi? Silenzio. Certo un mercato over the counter sarebbe curioso ancorché possibile. E poi: a che prezzo interverrebbe la banca centrale? E per quanto tempo potrebbe tenere sui propri libri il frutto proibito di questo buy back molto sui generis? Di nuovo silenzio. Meglio sarebbe stabilire un tempo più breve per ricollocare le quote in eccesso. Dodici mesi sarebbe già un tempo dodici volte superiore ai periodi classici di collocamento. Se è vero che le quote saranno titoli appetibili, come è stato assicurato nelle audizioni da parte del Governatore e del ministro dell’Economia, avremo la corsa all’acquisto e saremo tutti felici. Ma se invece non accade ?
Allora,le quote in eccesso rimaste nel portafoglio dei tre grandi quotisti potrebbero essere ritirate dalla Banca d’Italia al prezzo medio delle transazioni avvenute nell’anno. Poiché l’invenduto segnalerebbe una difficoltà nel collocamento, sarebbe equo assegnare alla Banca d’Italia un tempo congruo, diciamo 36 mesi, per riuscire laddove non erano riusciti i tre quotisti, beninteso senza perderci. Le quote che ancora restassero invendute al termine di questo periodo andrebbero infine restituite ai venditori privati al prezzo della loro transazione con la Banca d’Italia maggiorato dell’inflazione. A quelle quote verrebbe riconosciuto il dividendo ma non il diritto di voto fino a quando non finissero in altre mani eleggibili.
Un mercato delle quote serio aiuterebbe a chiarire l’equivoco della rivalutazione. L’appetibilità di titoli che non danno potere, si sa, dipende esclusivamente dal loro rendimento. Il capitale della Banca d’Italia rivalutato a 7,5 miliardi equivale a oltre 100 volte quanto da ultimo concesso ai quotisti, 70 milioni. Meno dell’uno per cento. Un rendimento decente dovrebbe essere pari al BTP decennale più un premio al rischio che compensi la scarsa liquidità del titolo, la volatilità dei risultati della banca centrale e il tetto del 6% del capitale rivalutato che oggi appare altissimo ma domani, in caso di inflazione, non lo sarebbe più. Per favorire il mercato, sarebbe stato il caso di decidere una rivalutazione più bassa di quella infine prescelta senza dare reali spiegazioni (la relazione dei tre esperti è, per così dire, un po’ troppo sintetica). Ma qui, ancora una volta, si sta facendo il mercato dei venditori di titoli, antico vizio italico, alimentandolo con risorse pubbliche, dato che nessuna attività significativa della banca centrale ha carattere privatistico.
Chiudiamo con il pericolo. L’apertura del capitale a quotisti esteri senza più diritto di gradimento da parte del Consiglio Superiore espone la Banca d’Italia al rischio di contestazioni e manovre improprie, dettate da interessi di altri Stati o gruppi di potere finanziario, che potrebbero manifestarsi nell’assemblea dove si approvano il bilancio e la ripartizione dell’utile. Visto come si regolano le altre banche dell’Eurozona, chi ce lo fa fare? E perché ?
* senatore Pd


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