Erdogan grida al complotto straniero

Scosso dalla maxitangentopoli turca che ha portato all’arresto di 52 nomi eccellenti vicini all’esecutivo tra cui i figli di tre ministri, Recep Tayyip Erdogan, ieri, ha giocato di nuovo la carta del complotto internazionale contro Ankara. Come ai tempi di Gezi Park, o forse anche peggio, perché questa volta il primo ministro turco ha minacciato di espellere alcuni dei rappresentanti diplomatici presenti ad Ankara: «Alcuni ambasciatori si comportano in modo provocatorio — ha detto a margine di un comizio tenuto a Samsun, città nel nord dell’Anatolia affacciata sul Mar Nero —. Restate fedeli ai vostri doveri. Se andrete oltre i vostri poteri, questo governo eserciterà la propria autorità. Non siamo obbligati a tenervi in questo Paese».
Il riferimento è soprattutto al diplomatico americano Francis Ricciardone che, nei giorni scorsi, aveva commentato lo scandalo che da una settimana scuote il Paese. Per Erdogan l’inchiesta è «un’operazione sporca, opera di soggetti internazionali e di loro subappaltatori locali». Per questo il governo ha risposto destituendo immediatamente 29 dirigenti della polizia che hanno partecipato all’indagine, tra cui il capo della polizia di Istanbul. Ma la mossa non è piaciuta affatto né all’opposizione, che ha chiesto le dimissioni del premier, né a Fethullah Gülen, il potente leader islamico moderato rifugiatosi negli Usa nel 1999 che fino a due anni fa era un convinto sostenitore di Erdogan e oggi è un suo acerrimo nemico: «Invece di badare al ladro — ha detto in un video il religioso — perseguono coloro che danno la caccia al ladro. Dio bruci le loro abitazioni, mandi in rovina le loro case, distrugga la loro unità».
La partita per Erdogan è molto rischiosa, anche perché Gülen è in grado di condizionare una grande fetta dell’opinione pubblica e, secondo alcuni, di controllare la polizia e una parte della magistratura. Il prossimo marzo in Turchia sono previste le elezioni amministrative, un test cruciale per l’Akp soprattutto a Istanbul. Ad agosto poi ci saranno le presidenziali in cui il premier dovrebbe essere tra i candidati visto che non può fare il capo del governo per un quarto mandato. E infine nel 2015 si terranno le legislative.
In vista della battaglia il leader dell’Akp ha affilato le armi riducendo e chiudendo gli istituti educativi privati legati al movimento gulenista. L’obiettivo era quello di cercare di ridurre lo strapotere del movimento ma l’esplodere della tangentopoli ha rimesso il governo in difficoltà come non si vedeva dai tempi di Gezi Park, la rivolta dello scorso giugno partita dalla difesa ambientalista di 600 alberi in Piazza Taksim e sfociata in una protesta contro «l’arroganza del premier e dei suoi adepti». Ieri ad Ankara, Istanbul e in altre città la gente è scesa in piazza per chiedere le dimissioni di Papa Tayyip, come lo chiamano affettuosamente i suoi sostenitori. I manifestanti protestavano mostrando cumuli di scatole da scarpe, simili a quelli in cui la polizia ha trovato 4,5 milioni di dollari durante le perquisizioni di mercoledì scorso.
All’interno dell’Akp cominciano le prime divisioni. Ertugrul Gunay, ex ministro della Cultura nonché deputato del partito islamico moderato, ha chiesto ai ministri coinvolti nella maxi inchiesta di dimettersi e ha attaccato chi ha ordinato la sostituzione dei vertici della polizia, definendola una «violazione della legge». Nei giorni scorsi il deputato Idris Bal aveva lasciato il partito e il vicepremier Bulent Arinc aveva annunciato il suo ritiro dalla politica.
Lo scandalo sulla tangentopoli, intanto, si allarga. Oltre ai figli dei ministri degli Interni, dell’Economia e della Pianificazione Urbana potrebbe essere coinvolto anche il titolare degli Affari europei, Egemen Bagis.
Monica Ricci Sargentini


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