Governo accerchiato anche dalle tensioni che lievitano nel Pd

L’altra, per paradosso più difficile, è culturale e tenta di affrontare e cambiare una mentalità diffusa a sinistra: l’esempio più eclatante riguarda i rapporti con la Cgil, che ieri si sono misurati sul «totem ideologico», come lo chiama il segretario del Pd, dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sui licenziamenti. «È un problema intorno al quale danzano i soliti addetti ai lavori», lontani «dalle realtà concrete. Ma il Pd non è la Cgil», sostiene Renzi. Si tratta di uno dei fronti sui quali nelle prossime settimane emergerà lo spartiacque all’interno del partito; e si giocherà il futuro della legislatura, perché le divisioni del Pd si scaricano su Palazzo Chigi. A questo si sommano le tensioni tra Letta e la Confindustria di Giorgio Squinzi; e quelle sulle unioni civili, che il sindaco di Firenze ha proposto tra i malumori dei settori legati alle gerarchie cattoliche.
Le manovre e le convergenze più insidiose, tuttavia, sono sulla riforma elettorale. Lo scontro che si delinea non riguarda soltanto il tipo di sistema da scegliere ma le alleanze da trovare in Parlamento. Lo schema renziano è semplice. Si tratterebbe di abbozzare uno schema bipolare che permetta di sapere subito dopo le elezioni chi ha vinto e chi ha perso. Il problema è come riuscirci quando si hanno alle Camere tre tronconi prodotti dal voto del febbraio scorso: Pd, M5S e FI, percepiti dal governo come «tre opposizioni» da quando Renzi è segretario. Si avverte una resistenza silenziosa a semplificare gli schieramenti a favore di un maggioritario sul quale solo sulla carta esiste un accordo generale. Anche perché il tema della riforma incrocia quello del finanziamento ai partiti. E le polemiche tra il nuovo vertice del Pd e il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo sui tagli ai costi della politica irrigidiscono le posizioni.
Renzi chiede «guardia alta» sul sistema elettorale. E teorizza un accordo «con chi ci sta», insistendo sulla possibilità di trattare e trovare un compromesso anche con Forza Italia e l’M5S: un’impostazione corretta perché tende a superare i confini della maggioranza. Ma irrita il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, prefigurando «larghe intese» ostili e non coerenti con la coalizione di governo; e risvegliando il sospetto che il segretario del Pd lavori alla caduta del premier Enrico Letta. Un «abbraccio Renzi-Berlusconi potrebbe essere mortale per il governo», si fa sapere. La priorità dev’essere quella di una legge concordata nella maggioranza. Non bastasse, rimane sullo sfondo la sensazione sgradevole di un attrito istituzionale col Senato, dopo il passaggio della riforma a Montecitorio.
La presidente della Camera, Laura Boldrini, ieri è tornata a negare qualunque contrasto, e ha chiesto di uscire dalla logica di scontro che finora ha impedito perfino di mettere giù un testo condiviso. Berlusconi e Grillo trattano con il Pd, ma intanto prendono tempo. E tatticamente continuano ad accreditare, se non elezioni anticipate, una crisi di governo per l’anno prossimo. È l’unico modo per tenere i parlamentari in mobilitazione permanente, e arginare spinte centrifughe. La visita a sorpresa fatta ieri a Roma da Gianroberto Casaleggio, l’«ideologo» dell’ M5S, è indicativa. Ai suoi gruppi parlamentari in Senato, dove nei mesi scorsi è emerso più volte il malumore verso Grillo e i suoi metodi autoritari, Casaleggio ha detto che sono stati commessi errori da tutti; e che il governo non sarà cambiato quest’anno ma «il prossimo».
In realtà, l’unico appuntamento elettorale certo è quello delle Europee di primavera. E il tentativo è di contrastare l’ascesa delle forze populiste ed euroscettiche. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, addita quella scadenza come uno spartiacque tra la fase in cui l’Ue ha perseguito solo una politica di rigore dei conti economici, e una nuova stagione dedicata a promuovere la ripresa economica. Filtra inoltre una notizia che, se confermata, assumerebbe anche valore simbolico: la possibilità che Mario Monti assuma un incarico in Europa. Il premier del governo dei tecnici e della linea del rigore avrebbe ricevuto la proposta di presiedere un gruppo dell’Ue chiamato a finanziare le istituzioni europee. Significherebbe che Scelta civica, in perdita di consensi, non ha più un leader.


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