I Brics si dividono sul libero scambio Senza accordo, un mondo meno aperto

Si tratta del sistema di regole che ha consentito, dalla fine della seconda guerra mondiale, di aprire via via sempre di più e in modo pacifico gli scambi di merci e servizi su basi uguali per tutti i Paesi che le hanno accettate, senza discriminazioni, alleanze, blocchi e sfoggio di muscoli. La base stessa della crescita economica prima dell’Occidente e poi, dopo la fine della Guerra fredda, di gran parte del pianeta. In queste ore, a Bali, è in corso una conferenza dei ministri del Commercio di 159 Paesi che è sull’orlo del fallimento e che, in quel caso, chiuderà — chissà per quanto tempo — il capitolo degli accordi multilaterali.
La conferenza è stata convocata dalla Wto, l’Organizzazione mondiale del Commercio, con l’obiettivo di eliminare un certo numero di barriere agli scambi. Niente di troppo ambizioso: il minimo indispensabile per tenere vivi il processo multilaterale e il ruolo della Wto — secondo il presidente di quest’ultima, il brasiliano Roberto Azevêdo. Succede infatti che dall’autunno 2001 si sta discutendo un accordo globale sui commerci, una liberalizzazione ampia e profonda — chiamata Doha Round — che darebbe un forte stimolo all’economia mondiale. Non si riesce però a trovare un compromesso, tanto che molti hanno dato il Round per morto. In un ultimo tentativo, Azevêdo ha avanzato la proposta di un accordo leggero, un Doha-Lite: in sostanza l’eliminazione di una serie di ostacoli doganali che interferiscono con il commercio e lo rendono più costoso. Un modo per tenere accesa la candela nell’oscurità dei protezionismi nazionali. Ma anche qualcosa di utile: secondo calcoli della Wto, a regime l’accordo aumenterebbe gli scambi globali di mille miliardi di dollari, da 22 a 23 mila; secondo l’americano Peterson Institute accrescerebbe il reddito prodotto nel mondo di 2.300 miliardi di dollari e creerebbe 34 milioni di posti di lavoro.
Ieri sera i negoziati erano però sul punto di fallire. «Al momento, 90 probabilità su cento che non si arrivi all’accordo», commentava Carlo Calenda, viceministro italiano allo Sviluppo economico, in questi giorni a Bali. L’India ha bloccato tutto. Per accettare le facilitazioni agli scambi, ha chiesto di rendere permanente il permesso di accumulare scorte agricole e di distribuirle sussidiate ai poveri, un sistema che distorce i mercati, soprattutto per i Paesi vicini. Le è stato proposto un compromesso, un periodo di grazia di quattro anni dopo i quali i sussidi sarebbero finiti. Ma il governo di Delhi — che in maggio dovrà affrontare elezioni difficili e vuole presentarsi come paladino dei poveri e degli interessi nazionali — fino a ieri notte ha rifiutato con durezza. Su questo, i Brics si sono spaccati: Brasile, Russia e Cina — con il Sudafrica in posizione intermedia — hanno lasciato l’India isolata. Le pressioni per farle accettare un compromesso sono in corso, ma ieri sera pochi erano ottimisti.
Il problema è che se fallisce Bali fallisce il Doha Round; che la «Wto come l’abbiamo conosciuta finisce» — dice Calenda; che il sistema multipolare va in letargo. «Non addolciamo la realtà — ha detto il rappresentante commerciale americano, Michael Froman —. Lasciare Bali questa settimana senza un accordo infliggerebbe un colpo debilitante alla Wto come forum di negoziati multilaterali. Se succede, la sventurata verità è che la perdita sarebbe subita più pesantemente da quei membri che possono permetterselo di meno». Anche Azevêdo ha chiarito che non intende tornare a Ginevra, sede della Wto, e riprendere il balletto del Doha Round che va avanti da 12 anni senza risultati.
Naturalmente il mondo non finisce se Bali sarà un flop. Le conseguenze di medio periodo, però, sarebbero gravi. Il blocco del sistema di accordi multilaterali significa che prevarranno patti bilaterali e regionali, come quelli negoziati in questo periodo tra Unione Europea e Stati Uniti e tra America e Paesi del Pacifico. Hanno un lato positivo, naturalmente, perché rendono più facili i commerci. Ma sono per loro natura discriminatori verso chi resta fuori, sono basati più sui rapporti di forza che su pari diritti e rischiano in ogni momento di essere motivo di tensione invece che di pace. Tra l’altro, gli accordi fuori dalla Wto svuotano anche l’altra importantissima funzione che l’Organizzazione del Commercio svolge, quella di tribunale su dispute commerciali tra Paesi della Wto: ogni disaccordo — dal dumping a sussidi vietati — può diventare ragione di conflitti tra Paesi o tra blocchi e aumenta il rischio di guerre commerciali.
«Sarà bene passare ad accordi plurilaterali — dice Calenda — condotti in ambito Wto ma settoriali, ai quali possono aderire i Paesi che vogliono». Si inizia a pensare al second best , insomma, alla seconda scelta da perseguire se il multilateralismo cadrà in sonno. C’è tempo fino a stanotte, al massimo domattina, per non rompere un sistema che ha servito il mondo molto bene.


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