Il Libano sull’orlo del baratro ucciso un leader di Hezbollah

BEIRUT — Il Libano ha compiuto ieri un altro passo verso il baratro. Nel cuore della notte, in un dei quartieri a Sud di Beirut, Hadath, abitato da sciiti e cristiani, è stato ucciso mentre rincasava uno dei comandanti militari di Hezbollah, Hassan Hulo al Laqiss, 52 anni, un dirigente considerato molto vicino al leader Hassan Nasrallah.
I killer (si parla di tre persone) lo hanno aspettato nel parcheggio del suo palazzo e lo hanno ucciso con una pistola calibro 9 (arma insolita, di alta professionalità) munita di silenziatore: cinque colpi tra il collo e la testa. Omicidio rivendicato da una sigla sconosciuta, le Brigate dei liberi sunniti di Balbeck. Dove gli elementi di riconoscimento, o di depistaggio, sono racchiusi nella parola “sunniti”, per alimentare l’ipotesi che si tratti di un episodio dello scontro settario tra sunniti e sciiti esploso sullo sfondo della guerra in Siria.
Il caso, o la diabolica furbizia dei mandanti, ha voluto che il delitto fosse compiuto poco dopo che una televisione indipendente,
Otv, avesse mandato in onda un’intervista con Nasrallah, nella quale il capo dell’Hezbollah per la prima volta ha accusato apertamente i servizi segreti dell’Arabia Saudita di essere dietro l’attentato compiuto il 19 novembre contro l’ambasciata dell’Iran a Beirut (25 morti, tra cui l’addetto culturale iraniano, e 150 feriti).
Per quell’attentato, messo a segno da due giovani kamikaze seguaci dello sceicco Hamed Jassir, un leader religioso sunnita di Sidone attualmente latitante, Hezbollah aveva inizialmente puntato il dito contro Israele e “i suoi scherani” locali. Ieri Nasrallah ha corretto il tiro, affermando che l’organizzazione che aveva rivendicato l’attacco all’ambasciata, le Brigate Abdullah Azzam, è uno strumento in mano ai servizi di sicurezza di Ryad.
Anche a proposito dell’agguato contro al Laqiss, Hezbollah ha accusato Israele, sostenendo che i servizi israeliani avevano cercato di ucciderlo in diverse occasioni. E anche stavolta Israele ha negato.
Al Laqiss non era certamente un pesce piccolo. Dirigente della prima ora, vale a dire sin dalla fondazione del Partito di Dio, partecipante alla guerra del 2006 contro Israele, durante la quale aveva perso un figlio, al Laqiss ha altresì preso parte a diverse operazioni nell’ambito della guerra siriana, al comando di una delle formazioni inviate da Hezbollah a combattere a fianco dell’esercito di Damasco contro i ribelli.
Ora, basta questo dettaglio della biografia della vittima per pensare che anche questo delitto eccellente si debba far risalire al contesto della guerra siriana, dove gli Hezbollah sono direttamente impegnati sul campo, mentre l’Arabia Saudita, assieme al Qatar, al Kuwait e gli Emirati figurano tra i principali finanziatori e sostenitori della rivolta contro Assad.
Una contrapposizione che trova nel Libano, afflitto da un pernicioso vuoto di potere e dove i due schieramenti sono direttamente e indirettamente presenti, un immediato terreno di contagio, con lo Stato libanese a far la parte del vaso di coccio. Per dirne una, qualche giorno fa, il presidente Suleiman è andato a Ryad per chiedere a re Abdullah di favorire la soluzione della crisi politica libanese, anch’essa figlia della crisi siriana. Per nulla turbato, il vecchio monarca gli ha risposto di mandare prima di tutto l’esercito a bloccare i miliziani Hezbollah che vanno a combattere in Siria.


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