No alla sfiducia, governo salvo e Yanucovich vola a Pechino

Ultime da Kiev. Ieri il parlamento ha respinto la mozione di sfiducia sul governo presentata dai partiti dell’opposizione. Non che sperassero di mandare a casa l’esecutivo di Mykola Azarov. Semplicemente, hanno voluto mantenere alta la pressione. Quanto ai numeri del passaggio parlamentare, il governo sarebbe caduto se la mozione avesse raccolto 226 voti. Ci si è fermati a 186.
Prima della conta Azarov ha tenuto un discorso nel quale ha condannato le cariche della polizia contro i manifestanti, invitando al contempo a porre fine alla protesta. Il giorno prima aveva detto che sentiva tirare aria di golpe, riferendosi all’atteggiamento di qualche segmento della piazza, propenso allo scontro frontale con i poliziotti. Ed è questa la differenza più immediata con la rivoluzione arancione del 2004. Allora ci fu una resistenza ostinata, ma pacifica. Stavolta c’è qualcuno, su entrambi i lati della barricata, che ha le mani calde. Fuori dal Parlamento e in piazza Indipendenza i manifestanti, che bloccano ancora la sede del governo, hanno continuato a fare massa critica, scandendo cori contro il governo e il presidente Viktor Yanukovich, che è partito alla volta della Cina, confermando una visita già programmata e cercando di dare la sensazione di non temere gli eventi in corso.
A Pechino Yanukovich parlerà di soldi e prestiti. Lo stesso farà oggi con i russi e gli europei. Due delegazioni ucraine voleranno a Mosca e Bruxelles. Al Cremlino, il cui braccio energetico, Gazprom, ha appena concesso a Kiev di pagare in primavera l’import di gas di ottobre-dicembre, gli uomini del presidente potrebbero chiedere un «premio» per il no alle offerte commerciali-economiche dell’Ue (il fattore scatenante dell’attuale protesta), tanto temute da Putin. A Bruxelles tenteranno invece di verificare se l’Ue è disposta a concedere una «compensazione» in cambio della riapertura di alcuni punti delle intese appena respinte da Yanukovich. Il fatto è che l’Ucraina è davvero malmessa e la bancarotta, lo dicono molti analisti, non è un’opzione così fantapolitica. La corsa disperata e sfacciata ai soldi, più delle dinamiche internazionali, è la lente che restituisce l’immagine più netta delle mosse di Yanukovich. L’inquilino della Bankova deve salvare il paese dal crack e se stesso dalla rabbia popolare, esplosa non solo a Kiev. E in questi giorni s’è protestato anche nelle regioni dell’est, dove Yanukovich ha sempre fatto il pieno di voti. Se la priorità è contenere le proteste, c’è da tenere conto anche del fatto che dietro l’angolo già s’intravedono le presidenziali del 2015. E come registrava ieri il Financial Times, la piazza squaderna le ambiziosi degli uomini dell’opposizione. Oltre al luogotenente di Yulia Tymoshenko, Arseniy Yatseniuk, 39 anni, anche Vitali Klitschko e Oleg Tyahnybok potrebbero correre per la presidenza. Il primo, tra i più grandi pugili della storia, è il capo di Udar, partito centrista che alle elezioni del 2012 ha ottenuto buoni consensi. Il secondo guida Svoboda, una formazione nazionalista, di destra radicale.
Su Svoboda apriremmo una parentesi, perché sulle strade di Kiev la gente di Tyahnybok s’è fatta vedere e sentire. Non solo. Svoboda, che alle elezioni del 2012 è entrata per la prima volta alla Rada, con un roboante 10,44%, a fronte dello 0,75% del 2007, ha avuto un ruolo influente anche nelle possenti marce antigovernative di Leopoli, capoluogo della regione storica della Galizia, ex polacca. È, questo, il fazzoletto di terra dove nella Seconda guerra mondiale polacchi, comunisti e indipendentisti ucraini si massacrarono senza pietà. Gli ultimi erano guidati da Stepan Bandera, antipolacco, antirusso, antisemita. E alleato «tatticamente» con i nazisti. Il suo retaggio spacca ancora, emotivamente e politicamente, il paese. Tyahnybok e i suoi la pensano a senso unico: «Bandera – dicono – è stato un eroe».


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