Il ghetto per immigrati nel cuore di Roma “Dormiamo per terra, senza acqua né luce”

ROMA. DORMONO in terra, nei corridoi e nelle stanzeufficio piene di polvere e insidiate dai topi. Asserragliati dietro la cancellata appena nascosta dallo sporco sulla vetrata, si danno il cambio, 40 alla volta, in difesa di quell’avamposto della disperazione nel cuore della capitale.
Giovani e giovanissimi. Sono i sopravvissuti alle traversate del Mediterraneo. Gli scampati ai pericoli delle marce nel deserto, ai maltrattamenti nei centri libici di detenzione, ai soprusi degli scafisti, hanno fatto i conti con l’accoglienza italiana, «segregati per mesi in condizioni inumane», racconta uno di loro.
Si sapeva dell’insediamento di 500 eritrei ed etiopi al Collatino, in un palazzo abbandonato dal ministero del Tesoro. Si era detto, visto e scritto, dopo le sanzioni dell’Europa all’Italia, dei mille tra eritrei, etiopi, somali e sudanesi che alla Romanina, in uno stabile malmesso e pericolante dell’Enasarco, vivono da anni tra infiltrazioni d’acqua e mura cadenti. E si conosceva la baraccopoli tirata su da un centinaio di eritrei ed etiopi a Ponte Mammolo. Ma ora spunta, nel cuore di Roma, un altro ghetto per migranti. Viene alla luce con un blackout provocato da qualcuno che, entrato negli interrati dal tombino di una strada vicina, ha tagliato i cavi nella cabina dell’azienda elettrica comuna-le, interrompendo il flusso di energia al palazzo. Così, da cinque giorni, quei migranti vivono senza luce e senza l’acqua delle vasche alimentate dalle pompe dell’autoclave, in condizioni disumane.
«Siamo vivi; è quanto basta», dice Yohanns Mhretaab, 23 anni sbarcato a Lampedusa nel maggio 2011 con altri 250 dannati della terra e del mare. «In quattro giorni di navigazione sono morti tre bambini e un giovane », racconta. «Avevo già provato nel 2009 ad approdare in Sicilia, sborsando sempre un migliaio di euro agli scafisti, ma, con gli altri, sono stato subito respinto in Libia su una nave italiana ».
Da tre mesi e mezzo vivono lì, a due passi dalla stazione Termini. «Abbiamo un tetto, ora — dice Selam H. — ho dormito in strada per più di un anno». «Per mangiare andiamo alla mensa della Caritas, in via Marsala, vicino Termini o in via degli Astal-
li, dalle parti di piazza Venezia». «All’inizio — racconta don Mosè Zerai, il sacerdote eritreo presidente di Habeshia, l’agenzia che si occupa di assistenza ai rifugiati africani — l’immobile è stato occupato da un gruppo consistente di eritrei insieme al Coordinamento di lotta per la casa. Poi i migranti, con i movimenti per il diritto all’abitare, hanno sollecitato un incontro con il Comune e avviato un confronto con la prefettura». Giorni fa è arrivata la rassicurazione: «Restate lì in attesa di una sistemazione idonea».
Qualche ora dopo lo stabile è rimasto al buio. Un blackout per l’intero quadrante urbano c’era già stato. «È intervenuta l’Acea che ha riparato il guasto», ancora don Zerai, «ma nel palazzo di via Curtatone la luce non è più tornata». «Spero», dice, «che si trovi presto una sistemazione dignitosa e sicura per quelle famiglie ». «Anche questo insediamento », aggiunge Emilio Drudi, collaboratore dell’Agenzia Habeshia, «è il risultato degli ultimi vent’anni di disinteresse: mancano una legge sul diritto di asilo e un sistema di accoglienza adeguato».
Già, l’accoglienza. Osservarli lì che, a decine, con buste stracolme di cenci, mano nella mano dei piccoli, arrancano per le scale buie già nel primo pomeriggio di una domenica uggiosa, richiama le immagini che sotto le feste il Tg2 ha trasmesso dal Centro di identificazione ed espulsione di Lampedusa. «Si sono dimenticati di noi», si sfoga un ventenne. È un sopravvissuto al naufragio del 3 ottobre, alla strage di quasi 400 vite. È spaesato e impaurito. Per parlare esce e, sotto i fari della banca vicina all’ingresso del palazzo, confida: «Sarebbe stato bello avere ancora luce e acqua, ma stiamo meglio qui che nel nostro Paese perché non abbiamo perso la speranza di una vita migliore».

*************

Gli sbarchi non si fermano già 1.500 da inizio anno    


ROMA — Nonostante il freddo e il maltempo, continua l’ondata di sbarchi di migranti provenienti dalle coste africane. Dall’inizio dell’anno sono già 1500 gli stranieri arrivati nel nostro Paese. Sabato ne sono stati soccorsi 236 su un barcone, mentre un’altra imbarcazione con 200 clandestini a bordo è stata avvistata ieri a sud di Lampedusa. Ma c’è anche chi cerca di raggiungere le nostre coste in barca a vela. Come i 12 migranti (sette siriani e 5 pachistani, tra cui anche una ragazza in avanzato stato di gravidanza), soccorsi ieri dalla Guardia costiera a sud di Gallipoli. Per far fronte all’emergenza, il Viminale ha fatto partire una circolare indirizzata a tutti i prefetti per individuare nuove strutture per l’accoglienza temporanea e il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha istituito una task force che ispezionerà i vari centri per valutarne le condizioni.


Related Articles

No all’indifferenza: tutti debbono reagire

Caro Magris, lei ha dolorosamente ragione. Tocca noi tutti («pure me stesso mentre sto scrivendo queste righe» : lei ha voluto sottolineare nell’articolo sul Corriere di sabato) l’assuefazione alle tragedie dei «profughi in cerca di salvezza o di una sopravvivenza meno miserabile» che periscono in mare. Le notizie relative ai duecento, forse trecento esseri umani scomparsi giorni fa in acque tunisine non riuscendo a salvarsi da un barcone travolto dalle onde, sono sparite dai giornali e dai telegiornali prima ancora che si sapesse qualcosa di più sull’accaduto. E con eguale rapidità  è sembrata cessare la nostra inquietudine per un fatto così atroce.

Migranti d’Italia

Con quasi 5 milioni di presenze, soprattutto romeni, albanesi e marocchini, il Belpaese si colloca al dodicesimo posto nel mondo per presenza di immigrati. Ma secondo la fotografia scattata dal rapporto Caritas Migrantes, il continuo ricorso a sanatorie mostra una «carenza normativa riguardo alle forme di ingresso regolare». E anche il binomio immigrazione-criminalità  è un falso mito da sfatare

Corsa all’accoglienza: la Cei mette a disposizione 2500 posti. L’Arci attiva i suoi 5 mila circoli

 

Mons. Crociata: “Duecento posti sono presso la Casa di Fraternità  in diocesi di Agrigento. Gli altri in diverse parti d’Italia. Ciò come stimolo perché si assuma uno sforzo ulteriore per venire incontro alle esigenze dei tanti che chiedono aiuto”

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment