Cuperlo: «Prendere o lasciare? Un partito non si guida così»

Inizia con l’Inno alla Gioia, lanciato da Gianni Cuperlo per ricordare il maestro Abbado e finisce con il presidente del Pd che si alza dal tavolo della presidenza, si siede tra i delegati dopo l’ultimo colpo che il segretario gli sferza nella replica sulle preferenze: «Gianni, avrei voluto sentirti parlare di preferenze quando vi siete candidati senza fare le primarie. Se me lo dice Fassina che ha preso 12 mila preferenze ok, ma non chi è entrato con il listino, non è accettabile aprire il tema della preferenza in modo strumentale adesso, non lo accetto». «Inaccettabile è questo attacco a Cuperlo», commenta immediatamente Stefano Fassina, quando il clima ormai è già bollente. «È uno schifo, come gli è venuto in mente di sollevare una questione come quella dei nominati? Doveva cominciare a parlare dei suoi nominati, a partire da Scalfarotto», attacca un esponente della sinistra. Rosa Maria Di Giorgi, renziana, arriva a chiedere le dimissioni del Presidente e la minoranza subito dopo la direzione si riunisce per discute proprio di questo. Ha senso mantenere un ruolo come quello di presidente se poi non è possibile esercitare la propria funzione di leader di un’area? Su questo Cuperlo era stato chiaro con Renzi quando questi gli aveva offerto la Presidenza. Promesse labili, che si frantumano davanti alla richiesta di dimissioni di Di Giorgi (da cui si dissocia Pina Picierno a nome della segreteria) e mandano all’aria quel richiamo all’unità del partito lanciato da Dario Franceschini prima e da Franco Marini poi (che di fatto appoggia la linea del segretario e quindi quella di Areadem).
Ma se finisce male tra maggioranza e minoranza del partito, tanto che lo stesso Enrico Letta guarda con grande preoccupazione a quanto sta accadendo, non finisce tanto bene neanche per la stessa minoranza, che si astiene compatta (34 voti)e resta, però, divisa tra chi vorrebbe il muro contro muro, come i bersaniani, e chi, come i Giovani turchi sono più dialoganti.
L’INTERVENTO CRITICO
D’altra parte Cuperlo con il suo intervento, l’unico della sua area come era stato deciso in una riunione precedente «per non acerbare i toni e non spaccare la direzione», non è certo stato morbido. Tutt’altro. Nel passaggio in cui contesta al segretario quel «prende-
re o lasciare», quel pacchetto tutto compreso su cui non si tratta e non si discute perché frutto delle profonde sintonie con gli altri interlocutori politici e diretta conseguenza di quel «mandato di oltre tre milioni di elettori alle primarie». «Si è già deciso tutto con le primarie? Discutere una singola vite del macchinario fa esplodere la macchina? chiede il presidente Pd E vuol dire impedire una riforma storica dell’assetto dello Stato e del futuro della Repubblica? Ok, bene. Ma se è così perché convocare una nuova direzione tra 15 giorni? Via così: spediti sull’autostrada, coi 3 milioni delle primarie e ci vediamo direttamente in una riunione, quando sarà, per convocare nuove primarie. Ma un partito funziona così? Temo di no». È questo l’affondo che lancia Cuperlo dopo aver apprezzato l’accelerazione del segretario sulle riforme, aver condiviso la riforma del titolo V e il superamento del Senato. Ma è sulla legge elettorale che la minoranza punta i piedi. «Qui non c’è una maggioranza che spinge per le riforme dice e una minoranza che vuole restare ferma» o boicottare. «Non convincente» l’Italicum con doppio turno senza preferenze, una proposta «che si discosta, in certa misura, dai criteri di fondo indicati dal segretario nelle tre ipotesi che lui stesso ha proposto», e che presenta «alcuni profili di dubbia costituzionalità». Se il doppio turno «è un passo avanti» rispetto a due giorni, per Cuperlo il 35% «è una soglia troppo bassa», che verrà superata inevitabilmente e che riprorrà, argomenta, quel premio che «la Corte ha raccomandato non deve essere irragionevole». Meglio alzare al 40% per il presidente Pd, così come sarebbe coerente con le battaglie del Pd restituire la possibilità agli elettori di scegliere i parlamentari attraverso le preferenze. Critico anche sulla soglia all’8%, «che spingerà tutto il centrodestra e forse una parte del centro a coalizzarsi attorno al perno rivitalizzato di Fi», e deciso a chiedere una consultazione tra gli iscritti e i gruppi parlamentari.
Ultimo sassolino: a Renzi che risponde a chi nel suo partito lo critica di aver incontrato Berlusconi, «voi lo avete portato a Palazzo Chigi» dice: «Non abbiamo stretto un patto politico con Berlusconi. Abbiamo risposto a uno stato di necessità, eravamo tutti d’accordo, al punto che l’attuale segretario si era detto anche disponibile a presiederlo quel governo». Difficile parlare di Pd unito. Davvero.


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