Gül, Ankara e l’ombra dei complotti «Momenti negativi, torneremo a brillare»

ISTANBUL — «Gül», in turco, vuol dire rosa. Ma per il presidente della Repubblica Abdullah Gül, la rosa ormai ha più spine che petali. E’ uno dei momenti peggiori di un Paese cresciuto enormemente, diventato un modello per il mondo musulmano, e adesso svilito da feroci lotte di potere, tutte più o meno interne al partito islamico moderato Akp, che fanno tremare la Turchia, i suoi amici e gli alleati. Ecco perché la scelta di entrare nell’Unione Europea, per il capo dello Stato, è più «strategica» che mai. Per ben quattro volte, durante l’ora di intervista al Corriere della Sera , Gül invoca l’assoluta urgenza di «standard più alti dello Stato di diritto». In sostanza, maggiore democrazia. E’ un chiaro segnale per il capo del suo governo e per chi non vuole ascoltare.
Quando chiedo conto delle violente e feroci repressioni contro chi protestava per il parco di Gezi; del numero impressionante di giornalisti in galera, come nella più oscura dittatura terzomondista; delle brutali rimozioni di giudici e capi della polizia, impegnati a svelare la tangentopoli sul Bosforo; della bruciante sconfitta olimpica di Istanbul, il presidente sospira: «Sì, è vero. Lei ha ragione. Nel 2013 abbiamo vissuto vicende negative che hanno spinto nell’ombra i successi della Turchia, e che hanno addolorato tutti coloro che amano il nostro Paese. Nel 2014 sarà fatto tutto il possibile per tornare a brillare». E’ un’iniezione di ottimismo della volontà quella che cerca di praticare il presidente Gül a un’opinione pubblica interna sconcertata e impaurita, e a un uditorio internazionale che non riesce a comprendere quanto sta accadendo. Sa bene che da stasera, quando sarà in Italia, a capo di una delegazione così robusta da far somigliare la visita ufficiale di Stato a quella del capo del governo, si sentirà chiedere come sia possibile che la Turchia, folgorante esempio di progresso e moderazione, sia finita nel mefitico tunnel delle libertà ferite e delle vendette trasversali. Un Paese dove esiste il rischio di stravolgere la separazione dei poteri, sottoponendo la giustizia al controllo della politica.
Gül non mi riceve ad Ankara ma a Istanbul, a 40 chilometri dal centro, nella splendida villa Huber. Affiora un «dolce» sospetto. Che si possa realizzare quello di cui si chiacchiera da tempo: il futuro trasferimento della capitale in quella dell’impero, sul Bosforo. Tuttavia, è più realistico ritenere che la presenza del presidente sia legata alle cruciali elezioni amministrative di marzo e al clima di diffuso disagio. Ecco perché Gül ha deciso di accentuare il suo impegno, per «ricalibrare» la posizione del Paese e salvare il partito Akp che lui stesso ha fondato. I personaggi centrali di questo psicodramma islamico sono quindi tre: il primo ministro Recep Tayyip Erdogan, carisma straordinario e arroganza insopportabile, assediato dai propri errori; il predicatore Fethullah Gülen, che vive in esilio negli Usa ma controlla i gangli vitali dello Stato (istruzione, polizia, magistratura) ed è in guerra con Erdogan; e appunto Abdullah Gül, uomo dal passato radicale e dal presente tollerante, che cerca di ricucire il violento strappo tra i primi due.
Signor presidente, il primo ministro Erdogan, a Bruxelles, ha denunciato l’esistenza di un complotto, sostenendo che in Turchia c’è uno Stato parallelo. Condivide?
«All’interno della burocrazia vi sono alcuni che, pur dovendo servire lo Stato, praticano una solidarietà separata».
Solidarietà separata? Pensa a Fethullah Gülen?
«Non parlo di persone, di opinioni, di sentimenti religiosi o di appartenenza etnica. All’interno dell’apparato statale ci deve essere pieno rispetto del diritto. Se avvengono violazioni, è giusto intervenire».
Dica la verità: quando è andato negli Stati Uniti, ha incontrato Gülen?
«No, però non vorrei che continuassimo a parlare di questo argomento».
Mi dispiace per lei, ma comprenderà bene che per un giornalista è un tema importante. E lo è anche per i suoi connazionali. E’ vero che Gülen le ha scritto una lettera?
«Sì. Ogni cittadino turco ha la possibilità di scrivermi una lettera».
Le faccio queste domande perché quel che abbiamo visto e seguito, nei giorni scorsi, è sconcertante, direi spaventoso. E non è certo colpa dei giornalisti.
«E’ vero. So bene che vi sono cose che nuocciono alla Turchia. Per questa ragione, faccio sentire la mia voce».
L’ultima volta che l’ho incontrata, lei era ministro degli Esteri, e la Turchia grazie a lei si stava avvicinando a quello «zero problemi con i vicini» che era la vostra bandiera. Mi sa che oggi, al contrario, abbiate problemi con tutti: Siria, Egitto, Israele, e forse anche con l’Iran e l’Iraq. Cominciamo con la Siria?
«La situazione, rispetto a quando ero ministro, è profondamente cambiata. Conoscevamo bene il regime, ma cercavamo di cooperare, forti di essere un esempio vincente, per rendere più stabile e prospera la regione. Quando sono arrivate le primavere arabe, anche in Siria vi è stata una grande domanda di democrazia. Il regime è intervenuto con le armi, fino alla situazione attuale. Vi è un’opposizione moderata…».
Ormai minoritaria, presidente. Adesso dominano gli estremisti, vicini ad Al Qaeda che detta le regole.
«Per questa situazione rischiamo molto anche noi, nelle regioni di confine. Quando abbiamo visto crimini orrendi avvenuti senza alcuna pietà, la volontà era comune: Usa, Francia, Italia, Germania, tutti erano d’accordo con le nostre valutazioni. Poi abbiamo capito che la posizione dei nostri alleati era diventata retorica, non aveva più peso. A questo punto noi dobbiamo ricalibrare la nostra posizione».
In sostanza: meglio Assad o gli oppositori più estremisti?
«Trovo vergognoso l’accostamento. Sapevamo che l’opposizione poteva prevalere soltanto con un convinto sostegno, impedendo che gli estremisti si imponessero. Mi pare che il sostegno sia stato assai più debole rispetto a quello, solidissimo, che altri hanno dato ad Assad. Il danno, adesso, è molto grave».
L’Egitto è furibondo con il vostro atteggiamento assai critico con l’attuale governo.
«Le nostre relazioni continuano, seppur a livello più basso. Ci preoccupa e addolora che un grande Paese come l’Egitto debba affrontare questa esperienza dolorosa».
E con Israele? Le sembra logico continuare il litigio?
«C’è stata la dolorosa vicenda della nave Mavi Marmara (l’imbarcazione turca della Freedom Flotilla che nel 2010 tentò di violare il blocco di Gaza e fu intercettata dalle forze israeliane, ndr ). Noi chiedevamo due cose: le scuse e il risarcimento. Le scuse sono arrivate. Ora contiamo sul risarcimento. Incontrarsi e parlare è sempre utile».
Il vostro ministero dell’Interno ha lanciato un segnale preoccupante sul rischio terrorismo di Al Qaeda. Anche l’ambasciata d’Italia ha invitato i connazionali a stare attenti e ad evitare luoghi affollati. Temete attentati?
«A partire dal 2000 ci sono stati attentati a New York, a Londra, a Madrid, ed anche a Istanbul. La nostra preoccupazione è dovuta ai pericoli oltre la nostra frontiera meridionale».
Cosa farà in futuro? Presidenza prolungata? Si ricandiderà? Lei e Erdogan vi scambierete le poltrone, come Putin e Medvedev?
«E’ ancora presto. Quando arriverà il momento, valuteremo la situazione all’interno della mia famiglia e prenderemo la decisione».
E’ evidente che la famiglia non sono moglie e figli, ma il partito Akp.


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