Cuperlo si dimette. Renzi non si ferma

ROMA — Ci hanno provato in molti a convincerlo, anche esponenti a lui molto vicini. Ma alla fine Gianni Cuperlo ha deciso. Le sue dimissioni irrevocabili («ma non è che ci siano state orde di richieste per ripensarci eh…», scherza) arrivano dopo una direzione tempestosa e scuotono il Pd. La luna di miele con Matteo Renzi, se mai c’è stata, è finita e la minoranza del Pd prova a rialzare la testa. Uno scontro che prosegue in giornata, con uno scambio di lettere tra Cuperlo e il segretario, e poi in serata, con la movimentata assemblea del gruppo alla Camera. Nella quale Renzi dice: «Mi sarei aspettato un po’ più di orgoglio dal Pd». Una questione personale, quella delle dimissioni, per lo scambio di accuse tra i due, una grana politica per Renzi, ma anche un segnale di divisione della minoranza che non ha ancora trovato un’identità dopo la sconfitta alle primarie.
Cuperlo, spiega nella lettera, si dimette perché «colpito e allarmato da una concezione del partito e del confronto al suo interno che non può piegare verso l’omologazione, di linguaggio e di pensiero». E perché «voglio avere la libertà di dire sempre quello che penso, senza che appaia come un abuso della carica». Ma naturalmente non ha apprezzato certi toni di Renzi, giudicati «irridenti». E quella concezione che Stefano Fassina, nella riunione pomeridiana alla Camera della minoranza, definisce «padronale». E che fa dire a Cuperlo, a Ballarò : «Renzi così si fa del male e fa male al partito. È questo il modo di discutere? Delegittimando l’avversario? I veri leader dirigono, non comandano».
Renzi risponde direttamente. Con toni non duri, ma senza deflettere e invitando ad «accettare le critiche». Parla del Pd come di una comunità «ampia dove ci si può sentire offesi perché uno ti dice che sei livoroso. E dove si può rimanere con un sorriso anche se ti danno del fascistoide». Allusione a un articolo scritto da Michele Prospero sull’Unità durante le primarie. Renzi prosegue, parlando della legge elettorale: «Si poteva fare meglio? Sì, certo. Ma fino ad ora non si era fatto neanche questo. E rimettere in discussione i punti dell’accordo senza il consenso degli altri rischia di far precipitare tutto. Sono certo che questo non sia il tuo obiettivo e che — pur con funzioni diverse — ripartiremo insieme». In serata, a Porta a Porta , respinge le critiche: «Problemi di democrazia interna? Mi scappa da ridere». Insomma, nessuna concessione, se non l’offerta alla minoranza della presidenza dell’assemblea (si fa il nome del giovane turco Andrea Orlando).
Cuperlo non apprezza la controreplica: «Mi sono dimesso — dice, escludendo categoricamente la scissione — per un atto d’affetto al mio partito». Definisce «chiusa la polemica», ma resta sulle sue posizioni. E, sul merito, non considera affatto chiuso il discorso: «Renzi ha presentato l’accordo come un pacchetto chiuso. Nessuno vuole sabotare niente, ma il Parlamento serve a fare le leggi. E ci sono molte cose che non vanno: la soglia del premio troppo bassa, 35%; la soglia di sbarramento troppo alta, 8%, e il fatto che i cittadini non possono scegliersi i rappresentanti».
Tutti punti che sono oggetto di discussione e che potrebbero essere proposti dalla minoranza, sotto forma di emendamenti. Ed è proprio questo il punto chiave. Renzi vuole mantenere il controllo. E insiste: «In Parlamento si possono far cambiamenti, ma nel Pd si fa quello che ha deciso la direzione». La minoranza esclude la scissione (lo fanno apertamente Cuperlo e Fassina), ma rivendica la sovranità del Parlamento. Alfredo D’Attorre è pronto a dar battaglia: «Presenterò emendamenti», a partire dalle liste bloccate. Su una posizione più cauta sono i Giovani turchi, come Matteo Orfini: «Non voto contro e non presento emendamenti. Fare emendamenti di corrente di fronte a una decisione della direzione è fare un altro partito». Insomma, disciplina. A patto che sia davvero raggiunto l’accordo. Se invece ci sono margini, spiega anche Davide Zoggia, allora le cose cambiano: «Se Forza Italia e Ncd dovessero presentare emendamenti perché non farlo anche noi?». A provare un equilibrio ci prova Roberto Speranza, capogruppo alla Camera, che in serata dice: «La leadership di Renzi ci aiuta ad alzare l’asticella delle riforme. Cuperlo è uno dei nostri migliori parlamentari e le sue dimissioni amareggiano: l’unità del partito deve essere la nostra stella polare». Ma Fassino, all’incontro con Renzi, attacca: «Le dimissioni di Cuperlo non si possono archiviare: c’è un problema di democrazia interna».
Alessandro Trocino


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