Dalle auto blu al nuovo Ku Klux Klan la svolta oltranzista di Salvini e il sodalizio con gli xenofobi europei

MILANO — Dalla corsa alle auto blu al pedinamento del ministro «orango» (copyright Calderoli). Dai vecchi fucili spuntati di Bossi — agitati per mungere poltrone e privilegi statali — al nuovo asse con gli ultranazionalisti europei che marciano in camicia bruna e vomitano odio contro immigrati, islamici, «invasori»: i diversamente etnici. Quelli da ricacciare nelle «riserve indiane» o da «impallinare » mentre attraversano il Mediterraneo sui barconi. Quelli come Kyenge: e i leghisti 3.0 gliel’avevano giurata dall’inizio. In mezzo, la battaglia un po’ pretestuosa contro l’euro e l’Europa «nemica dei popoli».
Che cosa si nasconde dietro la svolta “oltranzista” impressa allaLega dal neosegretario Salvini? Qual è la nuova faccia del movimento che, in crisi di voti e di identità, torna a gridare, a insultare e a minacciare («chi ci tocca inizi ad avere paura», segretario federale dixit) e salda il Sole delle Alpi coi simboli delle formazioni più xenofobe in circolazione in Europa? Il Partito nazionale slovacco, i Democratici svedesi, i bulgari di Ataka e i belgi fiamminghi del Vlamms Belang, l’Udc svizzero che vuole cacciare i lavoratori italiani e i liberal nazionalisti austriaci del Fpo, per finire o iniziare con il Front dei Le Pen, sodalizio confermato anche ieri. Per capirlo si può partire da un convegno. Un convegno saltato all’ultimo per «problemi tecnici», secondo la versione ufficiale. Venerdì 17 gennaio in un’aula dell’Universita Statale di Milano,Mario Borghezio, europarlamentare ex leghista, espulso obtorto collo dai vertici del partito (ma mai rinnegato) e confluito nel Gruppo misto, ex Ordine Nuovo e sedicente secessionista, avrebbe dovuto essere la guest star di un incontro dal titolo «Il Mondo verso un futuro multipolare». Il seminario, temuto dalla Digos per le proteste dei collettivi studenteschi, era organizzato dal Gruppo Alpha, una formazione vicina a Lealtà e Azione che a Milano vuole dire Hammerskin, la falange nata da una costola del Ku Klux Klan, presente in tutto il mondo e famosa per pestaggi contro immigrati e inni alla superiorità della razza bianca.
Assieme al prodigo zio Borghezio — rientrato nella casa e entusiasta per il nuovo corso della Lega salviniana alleata con l’estrema destra europea — a Milano avrebbe dato il suo contributo anche un ospite russo: Andrew Kovalenko, assistente deputato di Yevgeny Fyodorov (scienziato politico) presso la Duma di Stato della Federazione Russa, e rappresentante del Movimento Eurasiatista Russo. Chi sono gli amici postsovietici degli Hammerskin e di Borghezio? Due parole: «Marcia Russa». Quattro novembre 2013, 30mila persone, 100 città coinvolte. Sono i numeri della più importante manifestazione dei movimenti di estrema destra nello Stato governato da Putin. La giornata dell’unità nazionale celebra l’espulsione degli invasori stranieri da Mosca nell’autunno del 1612. Passo indietro: congresso della Lega al Lingotto di Torino, quello che acclama Salvini segretario. Assieme al gotha leghista ci sono i nuovi «amici» del Carroccio. Ospiti internazionali. Rappresentanti di partiti xenofobi, anti europeisti e a forte trazione nazionalista. I russi, certo. «Noi e i leghisti abbiamo importanti valori in comune» chiosa il parlamentare Viktor Zubarev di Russia Unita, il partito di Putin. Erano giorni in cui la crociata contro il ministro Kyenge sembrava essersi un po’ attenuata. Solo una falsa tregua. Mentre le menti della propaganda leghista pensavano alle prossime iniziative contro il ministro, «che deve tornare in mezzo agli africani», gli ambasciatori di Salvini rinforzavano i rapporti coi nuovi compagni di viaggio oltre i confini padani. I liberal nazionalisti austriaci del Fpo fino alla scissione del 23 aprile 2005 erano guidati da Jorg Haider. La figura di spicco oggi è Heinz Christian Strache, nipote di un soldato delle SS, ex odontotecnico. I punti fermi degli austriaci? Lotta contro turchi e africani, omosessuali, badanti straniere, islamici, stato sociale solo per gli autoctoni. Al grido di «Vienna non deve diventare Istanbul», alimentano l’incubo dell’islamizzazione. Tutta roba già vista tra Lombardia Piemonte e Veneto. Gli stessi programmi dei Democratici svedesi, 5,7% alle ultime elezioni e una lotta aperta contro gli stranieri, che in Svezia hanno una percentuale record (14%). O del Partito nazionale slovacco che — ricordano Saverio Ferrari e Gennaro Gatto, Osservatorio democratico sulle nuove destre — per combattere i Rom li ha sbattuti sui cartelloni seminudi al grido di «non diamo da mangiare a chi non vuole lavorare ». Camicie verdi e camicie brune. Qualche anno fa l’Fpo austriaco, neo alleato della Lega, ha organizzato a Vienna una conferenza tra i partiti di destra europei che si è conclusa con la «Dichiarazione di Vienna”. Si chiedeva l’abbandono della politica dell’immigrazione in Ue e tante altre cose che la Lega in questi anni ha propinato al suo elettorato. Hanno firmato la dichiarazione, tra gli altri, il Front national di Le Pen, Alessandra Mussolini per Azione Sociale, Alternativa Espanola, Grande Roumanie, Ataka, il Vlamms Belang belga. La Lega non ha partecipato — altri tempi — ma ha aderito all’iniziativa. Poi l’euromatrimonio si è compiuto.


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