Il nuovo rais

Il verdetto delle urne dovrebbe cancellare la scomoda, irritante versione dei media occidentali, secondo la quale un golpe militare ha cacciato dal potere un presidente e un ministero che, pur essendosi rivelati pessimi governanti, erano stati eletti dal primo suffragio universale democratico nella storia egiziana. Il referendum serve dunque ad avvalorare la “ verità storica” del regime militare, stando alla quale il 3 luglio 2013 non è avvenuto un volgare putsch, ma è stata esaudita la volontà popolare espressa con imponenti manifestazioni.
C’era bisogno di un voto che approvasse indirettamente anche la messa al bando dei Fratelli musulmani, colpevoli di usurpazione del potere ed ora accusati di terrorismo. Il referendum è stato di fatto il preludio alle elezioni presidenziali e legislative che seguiranno, e
come protagonista l’uomo forte del momento, il generale Abdel Fattah Al-Sisi, indicato da tempo come il “nuovo Nasser”. La cui popolarità decantata da giornali, radio e televisioni lascia prevedere che la sua non tanto nascosta ambizione sarà presto soddisfatta. Insomma il risultato del referendum sulla Costituzione annuncia la futura elezione di Sisi alla presidenza della Repubblica.
Più della percentuale dei “sì” (oltre il 90%) è indicativa la partecipazione. Il referendum sulla precedente Costituzione, approvata nel dicembre 2012 in un clima ancora da “prima avranno vera araba”, aveva mobilitato poco meno di un terzo del corpo elettorale. Meno di un egiziano su tre. Due anni dopo il quoziente sarebbe ancor più modesto poiché, stando alla prima notizia di un grande quotidiano cairota, Al Ahram, il 14 e il 15 gennaio sarebbe andato alle urne, al Cairo, poco più di un quarto dell’elettorato. Un egiziano abbondante su quattro. Fonti ufficiali si sono affrettate a correggere quella che sembrava non tanto una debole affluenza ma qualcosa di simile a una diserzione di massa. Circa il 40% avrebbe risposto alla chiamata alle urne. Questa sembra essere la verità governativa, tesa a dimostrare che la nuova Costituzione, dunque il nuovo regime, ha avuto più consensi di quanti ne ebbe la Costituzione del 2012, quella di Morsi. La legittimità delle urne è l’ossessione dell’autoritarismo militare, nonostante il suo scarso interesse per la democrazia.
La polemica sulle cifre è destinata a durare, questo non toglie che la ripresa del controllo da parte dei militari sia approvata, in questa fase, da larga parte della popolazione. Forse non con lo slancio di cui parlano tutti i media rigidamente disciplinati dall’esercito, ma per il diffuso desiderio di stabilità che i Fratelli musulmani al potere non avevano saputo dare. La confraternita e il partito Libertà e Giustizia, che è il suo braccio politico, hanno subito negli ultimi mesi una seria repressione, tutt’altro che conclusa. Migliaia di affiliati e militanti sono stati arrestati; e la propaganda ufficiale ha rovesciato e rovescia su di loro una valanga di accuse più o meno fondate, riguardanti terrorismo e corruzione. Benché frantumata, perseguitata, l’ampia rete dei Fratelli musulmani ha contribuito all’astensionismo, qualsiasi sia la percentuale. Il quoziente reale, se conosciuto, rivelerebbe il vero successo del referendum. E di riflesso anche quel che resta della “ primavera araba” versione egiziana.
Cosa è rimasto dell’insurrezione del 2011, che ebbe il suo epicentro in piazza Tahrir? I Fratelli musulmani, adesso principali vittime della repressione, non rappresentavano quella rivolta laica e liberal-libertaria. Loro non erano e non sono né laici né liberali, e ancor
meno libertari. Ma avendo larghi consensi popolari hanno vinto le elezioni ottenute grazie alle rivendicazioni democratiche della “primavera”, che avevano scippato. Hanno poi fatto un cattivo uso del potere, recuperato dai militari del generale Sisi.
La nuova Costituzione è stata redatta da cinquanta personalità rappresentanti le varie componenti della società egiziana, tra i quali soltanto due islamisti: un ex fratello musulmano e un salafista del partito integralista El-Nour. Ma come nella versione precedente la Sharia (la legge islamica) è indicata quale principale fonte di diritto. In quanto alle prerogative dei militari permangono intatte: il bilancio dell’esercito resta fuori da ogni controllo del Parlamento e il Consiglio supremo delle forze armate conserva il diritto di nominare, durante i due prossimi mandati presidenziali, il ministro della difesa. I tribunali militari potranno continuare a giudicare i civili per determinati reati. Ma quel che si prepara è il ritorno alla massima carica dello Stato di un generale. Morsi è stata una breve eccezione. L’attuale presidente è provvisorio. Sisi dovrebbe riprendere la tradizione in vigore dal 1952, quando fu cacciato Faruk, l’ultimo re d’Egitto Lui dopo Naguib, Nasser, Sadat, Mubarak.
Per cercare tracce della primavera araba bisogna ormai rivolgere lo sguardo altrove: alla piccola e non tanto lontana Tunisia. È là, a Sidi Bouzid, al centro del paese, che il 17 dicembre 2010 Mohamed Bouazizi, un venditore di frutta e verdura, si immolò appiccandosi il fuoco, e dando il via alla rivolta. Che poi arrivò nel grande Cairo come un’aspirazione generale alla libertà e alla dignità di popoli sottomessi alla brutale e corrotta autorità di regimi graditi dall’Occidente, perché “anti islamici”. Adesso sulle sponde del Nilo è ritornato un regime militare autoritario, il quale si confronta con la sola opposizione organizzata, e quindi vulnerabile, che ha sottomano, quella dei Fratelli musulmani. Ma non è scontato che il generale Sisi, nonostante la grande società militare alle sue spalle, riesca ad annientare l’aspirazione alla dignità esplosa tre anni fa in seno a una società civile sul punto di prendere coscienza di se stessa. La Tunisia, dove Ennahda, il partito equivalente ai Fratelli musulmani, ha accettato il principio democratico dell’alternanza e una Costituzione in cui uomini e donne hanno gli stessi diritti, resta una testimonianza preziosa. La sola.


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