L’economia dei clan ruba al Fisco 75 miliardi l’anno

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ROMA — Come una metastasi, l’economia nera, quella che reinveste, riciclandolo, il denaro pompato dal crimine, divora il Paese con percentuali di crescita spettacolari. Il denaro sporco immesso nel nostro circuito finanziario ed economico – secondo quanto documentato dalla Guardia di Finanza – ha abbondantemente superato nel 2013 il 10 per cento del Pil, ed è stimato in 170 miliardi di euro l’anno (75 dei quali sottratti al Fisco). Con margini di ricavo che oscillano tra i 17,7 e i 33,7 miliardi di euro e con una divisione del mercato che, sempre su base annuale, vede in cima all’istogramma della redditività il narcotraffico (7,7 miliardi di euro), seguito dalle estorsioni (4,7 mi-liardi), lo sfruttamento della prostituzione (4,6 miliardi) e la contraffazione (4,5 miliardi).
Il lavoro della Finanza ha consentito negli ultimi dodici mesi di sottrarre a questa immensa torta 3 miliardi di euro (si tratta del valore dei beni sequestrati alla criminalità organizzata). Un dato in sé lusinghiero e tuttavia infinitesimale se tradotto in percentuale (meno del 2%) rispetto a quel valore assoluto -170 miliardi – che definisce appunto il perimetro dell’economia criminale. Le mafie italiane e il loro fiorentissimo indotto di illegalità e riciclaggio nelle sue diverse forme – dall’usuraio di quartiere, alle società finanziarie,
ai broker assicurativi – lavorano infatti in un mercato dei capitali aperto che cammina assai più rapido degli strumenti legislativi o amministrativi costruiti per aggredirlo. E a dimostrarlo basterebbero le 86 mila segnalazioni di operazioni finanziarie sospette girate nel 2013 dall’Uif della Banca d’Italia alla Polizia valutaria, il 40 per cento in più del 2012.
Nel suo ufficio al Comando generale, Giovanni Padula, colonnello del III Reparto Operazioni della Guardia di Finanza, spiega: «Il controllo del territorio da parte delle organizzazioni criminali, ormai, è un dato di analisi e di indagine insufficiente. Oggi, esiste un controllo dell’economia tout court da parte delle associazioni mafiose intese in senso non solo tradizionale. Dunque, quando ci convinceremo che quel che siamo abituati a fare nel Mezzogiorno del Paese di fronte a Camorra, ‘Ndrangheta e Mafia va fatto sull’intero territorio nazionale non sarà mai troppo tardi. E’ inutile continuare a ragionare in termini di Regioni, provincie, comuni. L’economia criminale si muove lì dove l’economia legale manifesta urgenza di liquidità e in quei distretti produttivi dove la crisi consente, di fagocitare a prezzi di saldo, cannibalizzandole, imprese e società al collasso».
A sostenere le parole del colonnello sono del resto i dati più recenti sui sequestri di beni in danno di famiglie ‘ndranghetiste. Il 40 per cento della ricchezza riciclata dalle cosche calabresi è oggi reinvestito in tre regioni italiane: Liguria, Piemonte e Lombardia, in settori quali gli appalti pubblici, lo smaltimento dei rifiuti, i giochi e le scommesse. E ancora: nel 2013, i patrimoni sequestrati alla criminalità organizzata nelle regioni del centro-nord sono raddoppiati rispetto all’anno precedente, arrivando a 900 milioni di euro. Insomma, il denaro dell’economia criminale va dove le occasioni e i margini di profitto sono più alti e dove gli schemi tradizionali del riciclaggio hanno conosciuto negli ultimi anni un livello di sofisticazione crescente. Che si tratti di strutture societarie necessarie all’intestazione
fittizia di depositi bancari e rimesse all’estero, piuttosto che garanti di linee di credito con le banche (è il cosiddetto “riciclaggio statico”. Un sistema che non prevede la circolazione di capitali, ma lo scambio di strumenti di garanzia. In altri termini chi ha capitali illeciti da riciclare, si fa garante con quel denaro di linee di credito bancarie a vantaggio di un terzo soggetto che avrà così a disposizione liquidità fresca e pulita).
Va poi da sé, che in quadro di crescita dell’economia criminale di questa portata, abbia rotto ogni argine la forma più antica e odiosa del riciclaggio: l’usura. Sul volume di denaro che è capace di muovere manca evidentemente un dato complessivo. Ma se un una proiezione può essere fatta, è sufficiente stare ai 168,8 milioni di euro sequestrati agli usurai dalla Finanza nel 2013. Soprattutto è sufficiente spalancare gli occhi sulla percentuale di incremento di questa cifra rispetto all’anno precedente. Il 1250 per cento in più rispetto all’anno precedente. Un Paese di usurai e di usurati, insomma. In cui prestare il denaro a strozzo – annota in un rapporto il III Reparto operazioni della Finanza – «non è più solo affare di antichi “cravattari”, ma ormai attività imprenditoriale nella forma di società finanziarie».


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