Pensioni, prestito ai lavoratori per evitare il rischio esodati

ROMA — Sta per aprirsi di nuovo anche il cantiere delle pensioni, oltre a quello dell’occupazione e degli ammortizzatori sociali. I tecnici del ministero del Lavoro stanno infatti lavorando intorno a misure per dare la possibilità di forme di pensionamento anticipato, così da reintrodurre elementi di flessibilità in un sistema che appare troppo rigido dopo la riforma Fornero, soprattutto in relazione alle esigenze del sistema produttivo alle prese con una lunga crisi. Da un lato, infatti, le imprese gradirebbero misure per poter mandare in pensione i dipendenti più anziani e dall’altro ai lavoratori stessi farebbe comodo disporre di strumenti con i quali fronteggiare eventuali licenziamenti in tarda età e non correre il rischio di diventare esodati, cioè persone senza stipendio e senza pensione. Il tutto ovviamente va fatto senza scardinare la riforma e cioè senza incentivare i prepensionamenti e far ripartire così la spesa previdenziale. Ecco allora che rispunta l’ipotesi già lanciata alla fine di agosto dallo stesso ministro, Enrico Giovannini, del «prestito pensionistico».
In pratica, il lavoratore cui mancherebbero pochi anni al raggiungimento dell’età pensionabile (2-3) potrebbe, volontariamente, scegliere di lasciare il lavoro prendendo un anticipo della pensione sulla base di un importo minimo (non più di 600-700 euro al mese) che poi la stessa persona restituirebbe all’Inps dal momento in cui decorrerebbe il suo normale trattamento pensionistico. Passati cioè i 2-3 anni l’Inps comincerebbe a versargli l’assegno cui ha diritto con una piccola trattenuta a titolo di restituzione dell’anticipo percepito. La trattenuta verrebbe calcolata sulla base dell’aspettativa di vita ed effettuata su tutte le mensilità di pensione erogate dall’Inps e dovrebbe pesare al massimo per il 10-15% sull’importo finale. Insomma, una specie di prestito a se stessi che non dovrebbe scardinare i conti della previdenza. Il sistema è ancora da mettere a punto, ma Giovannini è intenzionato a presentarlo alle parti sociali non appena sarà pronto.
Più della proposta stessa (già lanciata ad agosto in vista della legge di Stabilità, ma rimasta nel cassetto) è importante che il ministro abbia deciso di aprire un tavolo di confronto su questo tema con le associazioni imprenditoriali e sindacali che da tempo, soprattutto queste ultime, reclamano la reintroduzione di elementi di flessibilità, in pratica nuove forme di pensionamento anticipato, dopo che la riforma Fornero ha cancellato le pensioni di anzianità alle quale si poteva accedere con 35-36 anni di contributi e 61-62 anni di età (ora ci vogliono come minimo 42 anni e mezzo di versamenti per gli uomini, 41 e mezzo per le donne, e se uno lascia prima di 62 anni subisce una penalizzazione sull’importo). A dire il vero la stessa riforma prevede l’istituzione di fondi attraverso accordi tra le parti sociali che finanzino l’uscita anticipata dei lavoratori fino a 4 anni prima del raggiungimento dei requisiti. Ma poiché la legge prevede che questa possibilità sia interamente finanziata dalle aziende, finora è stata utilizzata solamente dalle grandi, per esempio l’Enel, mentre non è alla portata delle piccole.
Un’apertura a Giovannini è arrivata ieri da Cesare Damiano (Pd), ex ministro del Lavoro, che però ha rilanciato la sua proposta (messa a suo tempo a punto e presentata in Parlamento insieme con l’attuale sottosegretario al Tesoro Pier Paolo Baretta) di reintrodurre una fascia flessibile di pensionamento a scelta del lavoratore «tra i 62 e i 70 anni, pagando una penalizzazione massima dell’8%». Una soluzione, secondo Damiano, che oltretutto risolverebbe «per gli anni a venire il problema degli esodati». Anche i sindacati sono per il ritorno a forme di flessibilità dell’età di pensionamento e giudicano insufficiente la proposta di Giovannini, il quale però ha in passato bocciato soluzioni come quella Damiano-Baretta perché sarebbero troppo costose, secondo i calcoli del Tesoro.
L’esigenza di intervenire sul fronte delle uscite per pensionamento si combina con la problematica degli ammortizzatori sociali sulla quale Giovannini ha già dato appuntamento alle parti sociali per giovedì per l’apertura di un confronto. Sul tavolo c’è il tema di come intervenire a sostegno di chi perde il lavoro nelle piccole aziende ma non è coperto dagli strumenti ordinari. Dal 2009 si sta provvedendo con la cassa integrazione in deroga a carico del bilancio pubblico. Da quest’anno, anche per evitare abusi, il sussidio in deroga potrà al massimo durare 12 mesi nel biennio. Dovrebbero parallelamente partire i fondi di solidarietà bilaterali previsti dalla riforma del mercato del lavoro che, attraverso accordi tra imprese e sindacati, dovrebbero assicurare un sostegno (non più a carico del bilancio pubblico) ai lavoratori delle piccole aziende. In prospettiva, infine, c’è da gestire l’andata a regime dell’Aspi, la nuova indennità di disoccupazione che dal 2016 sostituirà anche l’indennità di mobilità, con una forte riduzione del periodo massimo assistibile. L’Aspi infatti può infatti durare non più di 18 mesi mentre la mobilità può arrivate nel Mezzogiorno fino a 48 mesi. Bisogna insomma aprire dei paracadute, sia sul fronte degli ammortizzatori sia su quello delle pensioni, per evitare che le file degli esodati (lavoratori anziani che perdono il posto e poi anche l’ammortizzatore ma ancora non hanno i requisiti per la pensione) continuino ad ingrossarsi nei prossimi anni.
Enrico Marro


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