Scuola La battaglia dei sessi

C’è Francesca che vive con la madre e la nonna, il padre un tempo c’era, poi chissà. C’è Alioscia, adottato, ha gli occhi azzurri e non riesce a dimenticare il suo “internat” russo. C’è Giovanni che abita soltanto con il papà, e in classe ha una compagna con due madri, ma anche Mirko, albanese, e Yongdong, cinese. Poi i bambini della casa-famiglia che magari ai genitori sono stati tolti, e sognano forse di trovare un nuovo approdo.

Così ad ogni festa della mamma o del papà qualcuno si sente escluso. Ad ogni rappresentazione di albero genealogico qualcuno è costretto a ricordare il buio delle proprie origini. Perché la famiglia è cambiata, ma i programmi ministeriali no.
E allora maestre coraggiose e prof di frontiera provano a bruciare i tempi. Saltano ricorrenze e riscrivono favole, mutano parole, immagini, rovesciano stereotipi. Cercano parole nuove. Ricorda Silvia Lulli, maestra di scuola primaria a Ferrara: «Nella mia classe avevo la figlia di una coppia lesbica e diversi bambini senza padre, è stato naturale evitare la ricorrenza della festa del papà, chi si ama si festeggia ogni giorno, ho spiegato ai miei alunni. Oggi le classi sono dei laboratori sociali, ci sono le famiglie tradizionali e quelle gay, ci sono i figli dei separati, gli adottati, credo che ogni insegnante abbia il diritto di modulare i programmi per non escludere nessuno». Eppure non è così facile. A Roma, la scorsa primavera, alla materna “Ugo Bartolomei” la proposta di due maestre di non festeggiare il 19 marzo per rispettare una loro alunna con una famiglia tutta al femminile è stata bocciata da altri genitori e insegnanti accusate di razzismo al contrario.
Come due mondi che non si parlano. Basta guardare i libri di testo e i programmi: nei testi la società è bianca, etero, coniugata e non divorziata, i bimbi hanno le foto della nascita e il braccialetto della culla.
Ma in Italia un figlio su quattro nasce invece fuori dal matrimonio, il 50% delle separazioni riguarda coppie con bambini piccoli, ogni anno quattromila ragazzini adottati entrano nel nostro paese e affollano le scuole elementari. Una ormai vecchia statistica ha calcolato che sarebbero oltre centomila i bambini che crescono con una coppia o un genitore omosessuale, mentre le famiglie arcobaleno sono sempre di più. E i bebè dell’eterologa. Se c’è un tema delicato per l’infanzia del terzo millennio è proprio quello delle origini.
Carla è una mamma adottiva, oggi felice e serena. Ma all’inizio, dice, l’istituzione è stata per lei e per suo figlio fredda e respingente. «Ricordo ancora la faccia buia di Alioscia quel pomeriggio, all’uscita da scuola. Gli occhi spenti, come nei giorni dell’istituto. E il rifiuto, la mattina dopo, di alzarsi. Poi il racconto: la maestra ci ha detto di portare a scuola qualche foto di noi da neonati, il braccialetto dell’ospedale, un bavaglino. Dobbiamo fare l’albero genealogico. Ma io da piccolo qui non c’ero, tu non c’eri, io non ero nella tua pancia…». Quando un educatore sbaglia tutto. «Sono passati due anni, ma il dolore di Alioscia non posso dimenticarlo», aggiunge Carla.
Assunta Merlo insegna a Trento in una scuola primaria che guarda le montagne. Metodo ispirato agli asili di Reggio Emilia, ma anche all’esperienza Montessori. «Sarà perché nella nostra regione i bambini adottati sono moltissimi, ma qui si viene formati all’accoglienza di ogni diversità. Da tempo abbiamo abbandonato il tema dell’albero genealogico, piuttosto chiediamo ad ogni allievo di raccontarci una storia di sé, collocandola oggi, ieri, purché provi a rispettare l’idea del tempo e dello spazio». Linee verticali, orizzontali, la famiglia è spesso un cespuglio dalle mille ramificazioni. E volte le esperienze più forti possono arrivare dai luoghi più appartati e difficili. Valeria è una maestra elementare di un piccolo paese in provincia di Avellino, Santo Stefano del Sole, ed è stata l’insegnante della figlia della fondatrice delle Famiglie Arcobaleno, Giuseppina La Delfa e della sua compagna (anzi moglie) Raphaelle Hoedts.
«Una bambina meravigliosa e forte — dice Valeria — sicura dei suoi affetti, che mi ha resa migliore come insegnante e come persona. All’inizio non è stato facile, un paesino del Sud, il mito della famiglia patriarcale, la mia inesperienza di fronte ad una situazione così nuova. Mi hanno aiutato le sue due mamme: con il confronto, con testi da leggere, con questa grande apertura verso gli altri, per cui la loro famiglia è stata totalmente accettata dal contesto sociale ». Così a Santo Stefano del Sole, la festa del papà nella classe della maestra Valeria, «è diventata un cerchio più grande, un biglietto da mandare a una persona cara, anche un nonno, uno zio, un amico». Un modo per cambiare senza sconvolgere. E alla “Maisonette” di Roma, scuola privata trilingue, il maestro Giovanni Castagno spiega come proprio la presenza di due bimbi figli di padri gay, «ci ha portato a cambiare le ricorrenze ed istituire la festa di tutte le famiglie».
Esperienza all’avanguardia di tutto questo è l’asilo “Celio Azzurro”, nato sempre a Roma come scuola multiculturale, oggi un vero e proprio osservatorio microsociale dell’infanzia in divenire e ambitissima scuola dell’infanzia. «Qui da noi il problema non esiste», dice il direttore Massimo Guidotti, «perché dalle feste commerciali ci teniamo ben lontani». «Le nostre mille anime sono oggi la normalità, noi partiamo non dalle differenze ma da ciò che unisce, puoi essere immigrato o figlio di coppia gay, di mamma single, di una famiglia mista o tradizionale italiana ricca e benestante. Ogni bambino racconta un’esperienza, ciò che conta sono gli stati d’animo, le emozioni, qui si mangiano piatti di tutto il mondo, ci sono origini di ogni tipo. E questo universo è fortemente educativo, rende aperti, sociali, rispettosi. Bambini sereni insomma».


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