Ucraina, la mano tesa di Yanukovich Amnistia per i manifestanti in cella

KIEV — Il Parlamento ucraino ha approvato in tarda serata la concessione dell’amnistia agli arrestati negli ultimi giorni di proteste a Kiev. Circa 200, secondo qualificate fonti dell’opposizione; oltre duemila secondo i calcoli di diverse emittenti televisive. Dopo una lunga giornata di negoziati i tre dell’opposizione hanno deciso di astenersi. Così l’Ucraina fa un altro passo verso l’uscita della crisi in cui è precipitata due mesi fa, dopo che il presidente Victor Yanukovich aveva negato in extremis la firma all’accordo di associazione commerciale con l’Unione europea.
Adesso i suoi avversari politici proveranno a insistere. Due giorni fa hanno ottenuto la cancellazione dei decreti liberticidi e le dimissioni in toto del governo guidato da Mikola Azarov. Ora l’ex ministro degli Esteri Arseniy Yatsenyuk, Vitali Klitschko (un tempo pugile) e il leader degli iper nazionalisti di «Svoboda» (Libertà), Oleh Tiahnybok chiedono elezioni anticipate e, contestualmente, la riforma della Costituzione per ridurre i poteri del presidente. Ieri Yanucovich non ha firmato la delibera parlamentare che ristabilisce i pieni diritti di riunione e di espressione. È vero, il capo dello Stato ha 15 giorni di tempo per farlo. Ma a tutti è apparso chiaro che cosa intendesse dire: da qui non me ne vado. Una posizione che ha ormai grande rilevanza internazionale. Il dossier Ucraina si è trasformato in uno scontro esplicito e aspro tra Europa e Russia. La Cancelliera tedesca Angela Merkel è stata la più decisa: «Le autorità di Kiev devono attuare i cambiamenti chiesti dalla protesta di un popolo vicino all’Europa». Tra ieri e oggi si conclude il giro diplomatico organizzato in parallelo dall’Alto rappresentante per gli Affari Esteri Catherine Ashton, dal Commissario per l’allargamento Stefan Füle e dal Parlamento europeo che ha inviato una delegazione guidata dal tedesco Elmar Brok. Un attivismo, come spesso capita, un po’ disordinato. Tuttavia si è saputo che il Commissario Füle ha consegnato al presidente Yanukovich una lettera sul rafforzamento della democrazia in Ucraina. Ma dall’altra parte Vladimir Putin risponde con toni ultimativi. Ieri la Russia ha ripristinato alcune sanzioni commerciali sui traffici con Kiev. Il presidente russo invita brutalmente l’Unione europea a non immischiarsi con un paragone da brividi: «Che cosa avreste detto se la Russia fosse intervenuta nella crisi greca?».
Sul lato opposto del diagramma politico c’è la piazza Maiden. Ieri mattina, dodici gradi sottozero: Ilie, un giovane di 22 anni, controlla, nascosto dalla barricata più esterna, lo schieramento della polizia. «Stiamo costruendo un Paese europeo», dice con una certa timidezza, nonostante l’elmetto, il passamontagna e la mazza da baseball che stringe in mano. È un «eurozionario», un rivoluzionario per l’Europa, come cominciano a dire gli analisti ucraini.
Ma anche qui le cose si stanno complicando. Ieri primo scontro tra il settore più radicale della protesta, il gruppo di ultra destra «Spilna Sprava» (Causa comune) e il servizio d’ordine di Maidan. Gli estremisti occupano il ministero dell’Agricoltura. Ma una delle condizioni poste da Yanukovich per dare il via libera all’amnistia è lo sgombero degli edifici pubblici. Nel primo pomeriggio allora intervengono «le guardie» di Piazza Maidan: testimoni riferiscono di aver sentito anche sparare. Nel Paese restano occupate ancora 25 sedi istituzionali di vario livello.
Nella sostanza il movimento è largamente pacifico. Ogni giorno, si stima, passano per piazza Maidan circa 10 mila persone. La cantante-attivista Ruslana racconta che possono diventare 30-40 mila cittadini, in caso di emergenza. Solo i più pessimisti, però, adesso pensano a quella guerra civile evocata in Parlamento dall’ex presidente Leonid Kravchuk.
Giuseppe Sarcina


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